In questi mesi abbiamo riscontrato un preoccupante aumento di aggressioni in strada nei confronti di ciclisti. Il triste modus operandi è sempre lo stesso: automobilisti che sfiorano volontariamente i ciclisti in fase di sorpasso (pur avendo spazio a disposizione) o, peggio ancora, li speronano (facendoli cadere per poi aggredirli) o gli lanciano oggetti da macchine in corsa, bottiglie o altri materiali che in alcuni casi hanno provocato gravi danni fisici a quei ciclisti che avevano l’unica colpa di pedalare in solitaria.
Sgomento a parte per questi episodi (non troppo rari e in aumento sulle strade), abbiamo cercato di analizzare le ragioni di questo fenomeno che scaturisce da un’intolleranza degli automobilisti nei confronti di chi utilizza la bicicletta, che sia per sport o quale mezzo alternativo di mobilità.
L’analisi di un pessimo comportamento (tutto italiano)
Abbiamo cercato di capire perché l’Italia, al contrario del resto d’Europa, ritenga la bicicletta come un intralcio alle corse di chi, essendo in auto, si presupponga “debba lavorare”. Al contrario di questi fastidiosi ciclisti, non aventi diritto di utilizzare le strade veicolari. Vero è che per avere un cambiamento culturale (imprescindibile per modificare la convivenza sulle strade tra automobilisti e ciclisti) ci vorranno un paio di generazioni, ma è pur vero che in altri paesi (Francia, Spagna per non parlare di Belgio e Olanda, solo per restare in Europa) ci sono arrivati da tempo, a dimostrazione che si può e si deve fare.
Servono leggi, direbbero i politici in campagna elettorale, ma serve soprattutto una svolta nella percezione che abbiamo dei ciclisti. E la riflessione si sposta verso chi, come gli addetti all’informazione (i media), possano influenzare i pensieri delle persone.
Il ruolo dell’informazione
Qualche risposta possiamo trovarla nell’informazione odierna, che ad oggi lesina segnali di cambiamento. Ed anzi, nella gran parte degli articoli o servizi televisivi, quando l’argomento riguarda ciclisti (o incidenti con vittime ciclisti) che impattano contro dei camion (come un pugile che va incontro ai pugni dell’avversario), aleggia sempre e comunque un gravissimo retropensiero; ovvero che “anche il ciclista ha sempre le sue colpe”. Oppure: “Si, ma anche i ciclisti vanno in fila per tre, sempre in mezzo alla strada”. O ancora: “Si, ma le regole valgono anche per loro”. E così via, una lista di commenti da bar o da leoni da tastiera immancabile anche quando la notizia è di un ciclista rimasto ucciso senza alcuna colpa. Si, perché vi diamo una notizia: nel 95% dei casi i ciclisti investiti hanno piena ragione!
Ed ecco quindi che, nonostante i 45 ciclisti morti a seguito di manovre criminali di automobilisti nel solo 2025, si spreca un articolo per segnalare la “pirlata” di un ciclista che nella giornata di Pasqua, forse per smaltire il peso dei parenti, dell’agnello e della colomba, pare abbia deciso di allenarsi “dietro-macchina” su una superstrada; forse ritenendo, stupidamente, di trovarla deserta: un’azione pericolosa e senza senno, con la quale il ciclista ha messo a repentaglio la propria vita, oltre che rischiare una multa salata.
Un comportamento stupido che non meritava alcuna menzione, o morale, su quanto i ciclisti debbano rispettare le regole. O almeno, nessuna proporzione con le manovre quotidiane e continue di chi mette a repentaglio la vita altrui, che guidano sotto effetto di alcool o stupefacenti, o che sorpassano in modo azzardato un ciclista o non rispettano una precedenza in rotonda.
Una differenza sostanziale
C’è una differenza sostanziale: mentre il ciclista, per quanto stupidamente, rischia esclusivamente la propria vita, tutte le altre manovre sopra descritte mettono in pericolo la vita di altri individui. E allora ecco la risposta: questo stesso retropensiero che porta a pensare che i ciclisti siano di base irrispettosi, pericolosi e trasgressori delle regole, spinge i media a enfatizzare il caso del ciclista che si rende colpevole di una qualsiasi violazione del codice della strada, e legittima l’automobilista a disprezzare e in taluni casi ad odiare, il ciclista che gli si pari dinanzi.
Dunque, nella mente di un automobilista che decida di superare un ciclista, pur senza avere distanza e in sfregio alla sicurezza, potrebbero rimanere tracce di quell’articolo, di quel retropensiero che, ridotto e semplificato ai minimi termini, lo legittima non solo a pensare male verso i ciclisti, ritenendoli trasgressori della strada, ma potrebbe incentivare un astio ingiustificato. Ed è proprio in quell’istante che, tra la vita e la morte del ciclista, passa una distanza minima. Spesso di pochi millimetri.
Avv. Federico Balconi



