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Inutile eliminare il secondo se non si conosce la prima

Gentile dottor Speciani, alla visita medica agonistica d’idoneità mi hanno diagnosticato una leggera gastrite e una forma infiammatoria intestinale, suggerendomi di valutare, con il mio medico di base, l’assunzione di un farmaco antinfiammatorio non steroideo (FANS) e di un gastroprotettore. Poiché, praticando triathlon agonistico, non vorrei assumere farmaci, le chiedo: c’è un modo naturale per prevenire i problemi qui indicati senza prendere medicine?
Piera - Milano

Cara Piera,
l’idea che esista un farmaco per ogni patologia è un’idea ingenua: le malattie si curano rimuovendone le cause. Ma per lavorare sulle cause occorre conoscere bene gli organi da curare. Il nostro apparato digerente è un tubo lungo da 4 a 7 m lineari e con una superficie complessiva, comprendente pliche, villi e microvilli, che va dai 200 ai 1.000 m quadrati a seconda delle interpretazioni dei diversi autori. Il confronto con i 2 m quadri circa di pelle deve farci riflettere. Perché la pelle e l’intestino sono i due apparati che ci pongono in contatto col mondo esterno.

Ambiente esterno

Il tubo digerente, di fatto, è “ambiente esterno”, nel senso che ogni mammifero è più o meno fatto come una “ciambella col buco”. Il canale che va dalla bocca all’ano, infatti, processa continuamente e instancabilmente materiale estraneo (il cibo) che, con l’aiuto dei microbi intestinali, deve leggere, sterilizzare, detossificare, smontare e indirizzare nel modo più efficiente, che consenta di trarre da esso energia e informazioni. Il nostro microbiota intestinale è, infatti, uno dei protagonisti di questo complesso di operazioni ed è nostro preciso dovere proteggerlo. Non meno importanti sono alcuni annessi all’apparato digerente: ghiandole salivari, fegato, cistifellea, pancreas. Solo con il loro concorso (e con quello del sistema linfatico e delle componenti immunitarie dell’apparato) è possibile una piena e completa digestione di ciò che abbiamo ingerito.

Sistema nervoso enterico

L’intestino, dunque, non si limita a smontare ciò con cui viene a contatto, ma nel senso più esteso ne legge un contenuto informativo attraverso il quale riceve dei segnali che orientano la sua attività immunitaria, la sua scelta di accumulare o consumare scorte, la maggiore o minore attivazione di sistemi di detossificazione, o il maggiore o minore utilizzo di sangue, di enzimi, di forza di contrazione. Tutte queste complesse attività vengono svolte attraverso l’azione del cosiddetto “sistema nervoso enterico”, un vero e proprio secondo cervello in grado di operare in modo quasi totalmente indipendente dal primo che tutti conosciamo. Il cervello enterico tende a mandarci segnali solo quando è in difficoltà, e “là in basso” succede qualcosa che non riesce a equilibrarsi da solo. Sentiamo “la pancia”, infatti, prevalentemente quando fa male. Finché tutto va bene, ce ne dimentichiamo e la lasciamo senza un “grazie” a svolgere i suoi preziosissimi compiti.

Correlazione con l’emozione

Non c’è da stupirsi, dunque, se anche nel parlare comune una situazione scabrosa ci dà il “mal di pancia” o se una brutta esperienza viene riferita come “un pugno nello stomaco”. Sarà un caso, ma tutte le patologie che hanno a che vedere con l’intestino hanno delle correlazioni emotive. Così ad esempio l’ulcera, che per anni è stata correlata in modo causale con lo stress (per l’effetto lesivo gastrico del cortisolo). Oggi si è trovato il colpevole in un batterio ancestrale chiamato Helycobacter pilori, la cui rimozione talvolta migliora i sintomi del paziente ulceroso (anche se non considero assolutamente corretta la cosiddetta eradicazione). Ma niente paura: i letti sono stati subito riempiti dagli ulcerosi generati dall’assunzione indiscriminata degli analgesici cosiddetti FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei), la cui azione di soppressione del dolore blocca anche alcuni importanti mediatori della protezione della mucosa dello stomaco (le prostaglandine) ulcerando gravemente i tessuti gastrici.

Ma che saranno mai questi FANS?

La comune aspirina, l’aulin, il voltaren ecc. di cui molti, purtroppo, usano e abusano. E qualcuno nemmeno li considera “farmaci”, visto che in alcuni casi sono vendibili al banco, ma sui cui effetti collaterali occorrerebbe interrogarsi a fondo, limitandone l’uso solo a chi ne ha assoluto bisogno. Invece, assistiamo quotidianamente a pubblicità televisive in cui una nonna con il mal di testa butta giù la pastiglia e poi se ne va a ballare o in piscina. Pubblicità assolutamente diseducative.

Gastroprotettori

Altrettanto censurabile è, come già accennato, l’abitudine all’uso dei cosiddetti “gastroprotettori” in caso di reflusso gastroesofageo. Il compito di questi farmaci è quello di bloccare il naturale meccanismo di acidificazione dello stomaco (svolto, appunto, dalla pompa protonica presente nelle cellule gastriche, che riversano acido cloridrico nello stomaco) inibendo questa specifica categoria di cellule. Il risultato è che lo stomaco smette di diventare acido, consentendo ai batteri di passare indenni dallo “sterilizzatore” gastrico, alterando in modo importante l’equilibrio del microbiota intestinale.

E le patologie infiammatorie intestinali?

Il morbo di Crohn, la rettocolite ulcerosa e, nel loro piccolo, le sindromi da intestino irritabile (IBS) e i reflussi gastroesofagei, sebbene abbiano quadri patologici piuttosto differenti, hanno comunque alla loro base qualche processo infiammatorio incontrollato. Che fare, dunque, quando l’arsenale farmaceutico disponibile non offre grande scelta e genera comunque effetti collaterali spiacevoli? L’approccio alimentare può essere sicuramente una via non invasiva e priva di reazioni avverse per contrastare l’insorgere di queste malattie. Da qualche anno, infatti, diversi lavori hanno identificato delle “sensitivities” (come la gluten o la milk sensitivity) che sono provocate dall’assunzione ripetuta di uno stesso alimento per settimane o mesi. Il fenomeno è in forte crescita, e segue di fatto l’impoverimento qualitativo delle nostre tavole, dove ci troviamo sempre a mangiare gli stessi cibi: frumento, latte bovino, sale, prodotti di lievitazione (pane, formaggi), additivi, soia, grassi idrogenati, zucchero. Ciascuno di noi sviluppa nel tempo ipersensibilità diverse, che “nutrono” l’infiammazione di base attraverso la mediazione di alcuni segnali, non sempre facilmente riconoscibili o diagnosticabili. Spesso tuttavia l’applicazione di una dieta di rotazione degli alimenti “sospetti” (che spesso conosciamo perfettamente, se appena facciamo un po’ di attenzione) può rammentarci, attraverso la riduzione della sintomatologia, di essere sulla strada giusta.