«Triatleti per favore, basta con le stronzate sul DNF!»

«Triatleti per favore, basta con le stronzate sul DNF!»

18 Agosto, 2025

Nei giorni in cui ha fatto “notizia” il ritiro di Jannik Sinner durante la finale del Master 1000 Cincinnati, ci siamo imbattutti in un editoriale pubblicato nella newsletter ferragostana di triathlete.com. L’ex triatleta e Senior Editor della testata americana Susan Lacke, ha presentato un articolo della coach Julie Dunkle in difesa del DNF (acronimo di Did Not Finish, cioè il ritiro durante una competizione) raccontando la sua esperienza diretta e quanto sia stato importante fermarsi prima del traguardo. Il titolo? La versione inglese di quello che abbiamo dato a questo articolo che riporta la traduzione in italiano dell’editoriale: “Triathletes, Please Stop This DNF Bullshit!“

© T 100

«Adesso basta. Anch’io, un tempo, ero della mentalità “meglio morire che un DNF”. Una volta ho persino portato a termine un IRONMAN dopo essermi fratturata una costola nel nuoto: è stato doloroso e intenso, ma ero convinta di non poter mollare. Come avrei potuto farmi vedere in giro se mi fossi ritirata? La mia unica scelta, o così credevo allora, era andare avanti oltre il dolore, e così ho fatto. “PB o PS”, ho detto scherzando quando ho visto la mia famiglia sul percorso di corsa, senza rendermi conto che il PS (pronto soccorso) era esattamente dove sarei finita dopo la gara.

Un’altra volta, mentre mi allenavo per qualificarmi alla Boston Marathon, mi sono slogata una caviglia. Era enorme, violacea e dolorosissima, eppure ho continuato a correre. Non avevo alcuna intenzione di sprecare la forma che mi ero guadagnata duramente, non quando ero così vicina alla qualifica.

In entrambe le occasioni, i medici mi hanno rimproverata per la mia cocciutaggine (non posso riportare i termini esatti che hanno usato) e tutte e due le volte ho avuto bisogno di cure mediche costose che mi hanno tenuta ferma ben più a lungo di quanto sarebbe successo se mi fossi semplicemente fermata prendendomi cura di me.

Dopo l’intervento per ridurre la frattura alla caviglia e riattaccare i legamenti, mi sono iscritta a un altro IRONMAN. Il giorno della gara ero in forma e pronta. La mia bici, però, no. Si è rotta a metà percorso e non sono riuscita a ripararla, quindi ho dovuto fare la cosa che temevo di più: accettare un DNF. La verità? È andata bene. È stato emotivamente difficile, ho pianto per qualche ora, ma alla fine era tutto okay. I miei compagni di allenamento non si sono presi gioco di me. La mia coach non mi ha accusata di aver mollato. Mio marito non mi ha detto che avrei dovuto provarci di più. Tutti mi hanno abbracciata dicendomi che la prossima volta sarebbe andata meglio.

Impariamo ad essere indulgenti con noi stessi, perché troppo spesso non lo siamo nel giorno della gara, incastrandoci in slogan a effetto che ci suggeriscono di essere disposti a tutto, persino a morire, pur di tagliare il traguardo.

Sì, investiamo tantissimo nella preparazione, e il disagio è parte integrante di ogni gara. Nessuno dice che dobbiamo arrenderci alla prima difficoltà, al contrario. Ma dobbiamo anche evitare di incoraggiare decisioni avventate che mettano a rischio la nostra salute e sicurezza, o quella degli altri. Glorificare la grinta a ogni costo è controproducente e spesso porta a infortuni. “Soffrire di più non ti rende un/una duro/a”, come ama dire la mia amica e contributor di Triathlete Jill Colangelo. Ci saranno sempre altre gare, ma di te ce n’è uno/a solo/a».

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