«Quella nel titolo è una domanda che mi ha sempre assillato, sia nei confronti di me stesso che verso chi pratica questo sport a livello amatoriale. E forse, non pretende nemmeno di avere una risposta. In vent’anni di carriera ho cercato di esplorare la motivazione reale dietro la scelta di mettersi in gioco in una disciplina sportiva così complessa e piena di variabili, indipendentemente dal fatto di essere professionista o age-group. D’istinto mi sono detto che “forse ci piace essere masochisti”.
Scherzi a parte, credo che chi si approccia alla triplice partendo da zero sia alla ricerca di un nuovo stimolo fisico, ma soprattutto psico-emotivo. Il triathlon è uno sport dinamico: ti strappa dalla routine della singola disciplina e apre alla multilateralità. È giovane, scientifico e punta non solo al risultato ma anche al valore del diventare finisher. È marketing, certo, ma soprattutto è un’impresa da portare a termine, e questo alimenta fiducia e autostima come poche altre cose. Questa fase è inebriante, come quando incontri una persona che ti interessa e fai di tutto per conquistarla. Ed è esattamente così che funziona con il triathlon.
Con il tempo, però, le cose cambiano. L’esperienza inizia ad avere un peso, si consolida un’identità e il nostro ego comincia a identificarsi con ciò che fa, lasciandosi andare a un sacco di fantasie. E che fantasie. A questo punto la domanda diventa un’altra: qual è la vera ragione per cui siamo disposti a sacrificare tanto per questo sport? La risposta che mi sono dato è che il nostro è uno sport che mette alla prova costantemente e permette di lottare per se stessi.
Essendo una persona che ama esplorare la mente in tutte le sue sfaccettature, il triathlon mi accende, mi spinge continuamente a cercare dove posso arrivare per spingermi al limite. La sfida e la risposta sono una la conseguenza dell’altra.
Credo profondamente che in un mondo così veloce, dove tutto è diventato “fluido”, fermarsi per riflettere sul perché facciamo qualcosa, anche per hobby, sia un passo verso quella pienezza che sentiamo quando agiamo in modo allineato con ciò che conta davvero per noi. La mente ha bisogno di immagine, identità, paradossi e complessità. Ma il mondo ha bisogno di atleti che si presentino sulla linea di partenza consapevoli, emozionati, pronti a lasciare tutto ciò sul percorso non solo per il segmento su Strava o per il wattaggio espresso, ma perché hanno una ragione profonda che li spinge a esprimersi.
Abbiamo bisogno di atleti tosti, non di soggetti che rincorrono la moda. Lo sport rappresenta ancora il mondo fisico nella sua forma più autentica: fatica, sudore e grande soddisfazione. Quella pienezza ha un valore enorme, ma solo se impariamo a coltivarla ogni giorno dentro di noi, dove tutto nasce».
(Alessandro Fabian)



