«IRONMAN per un (ultra)ciclista? Questa è la domanda che mi sono spesso sentito rivolgere nell’ultimo anno. Da quando, cioè, ho iniziato a inserire nella mia routine di allenamenti anche le sessioni di corsa e nuoto, fino ad arrivare a tagliare la finish line di quella che è la prova più iconica del triathlon, l’IRONMAN: nel 2025 a Houston, Texas, e nel 2026 a Lanzarote, “El Mas Duro”.
Non sono impazzito né, tantomeno, mi sono sentito annoiato dalla mia disciplina, e non cercavo un nuovo sport in cui primeggiare. So benissimo quanto ci sia un abisso tra “partecipare”, seppur con obiettivi personali, e “primeggiare” in una determinata specialità. Ho impiegato anni, anche con un lungo background da ciclista, per emergere nell’ultracycling; non potrei mai avere la presunzione di azzardare il medesimo passaggio alla triplice.
E allora come mai? Semplicemente perché, dopo tutto ciò che ho imparato nei tantissimi anni di ultracycling sulla resistenza, sulla gestione della fatica e sulla capacità di convivere con l’incertezza, proprio questa esperienza rischiava di farmi cadere in una zona di comfort che non avevo mai desiderato.
L’IRONMAN mi ha costretto a ricominciare. A confrontarmi con una disciplina, il nuoto, nella quale non potevo contare sul bagaglio costruito in anni di gare, e ad affrontare la corsa, sempre meccanicamente ostica per noi ciclisti. Mi ha obbligato a rimettere in discussione schemi consolidati, ad allenare gruppi muscolari trascurati e a sviluppare una visione più completa del corpo e del movimento. Mi ha ricordato cosa voglia dire iniziare a percorrere la curva del miglioramento: quella spinta iniziale che, grazie all’applicazione e all’entusiasmo, ti consente di salire rapidamente, salvo poi trovarti presto a fare i conti con le difficoltà, e con i miglioramenti che subiscono una fase di stallo fino quasi a tramutarsi in dei passi indietro, se mal gestiti.
Nell’ultracycling siamo spesso portati a pensare che la soluzione sia solo quella di aggiungere chilometri. Più ore, più dislivello, più fatica. L’IRONMAN mi ha ricordato invece il valore dell’equilibrio. Mi ha insegnato che la prestazione nasce dall’armonia tra discipline diverse, tra stress e recupero, tra ambizione e pazienza, tra la capacità di misurare il miglioramento sul lungo termine e non solamente nell’immediato. Non avendo punti di riferimento è stata una scoperta quotidiana che mi ha portato a mettermi nuovamente in gioco.
È per questo che ho scelto di preparare un triathlon di questo tipo: per poter aggiungere alla mia cassetta degli attrezzi di ultracyclist delle nuove e rinnovate abilità, per aiutare il mio corpo a lavorare in maniera diversa più di quanto non sia abituato a fare dopo decenni in cui il gesto della pedalata è diventata la mia routine più naturale e, infine, per trovare un nuovo territorio da esplorare in cui cercare ostacoli e difficoltà in grado di smuovere anche le mie abilità mentali.
Il valore della sfida che mi sono posto, inserendo l’IRONMAN in un calendario per me già intenso tra avventure e gare (queste sì, in cui cerco il massimo della performance sempre a caccia del risultato migliore) è tutto qui: nella capacità di vivere quella trasformazione che avviene ogni qualvolta scegliamo di affrontare un percorso diverso da quello a cui siamo abituati.
Questo non dipende dalla disciplina ma dal modo e dalla profondità con cui decidiamo di viverla: ecco perché, da “ultracyclist”, per me la scoperta del triathlon nella sua declinazione più “endurance” possibile era l’approdo più naturale che io potessi immaginare».
(Omar Di Felice)


