Come e cosa allenare in acqua

Come e cosa allenare in acqua

01 Luglio, 2012

I triatleti sono meno efficaci rispetto ai nuotatori puri: che fare?

Il triathlon è uno sport di lunga durata e dal punto di vista fisiologico-biomeccanico viene classificato come uno sport aerobico con impegno muscolare di tipo medio nel quale viene coinvolta una notevole quantità di masse muscolari. Il triatleta generalmente dispone di buone doti aerobiche ma non è così dotato come i veri fondisti: la sua muscolatura per quanto riguarda gli arti inferiori è capace di esprimere più forza rispetto ad atleti di altre discipline di lunga durata. La tecnica esecutiva del gesto sportivo specifico non è però molto efficiente se confrontata con quella degli atleti che praticano solo nuoto, corsa o ciclismo. In tutte le discipline sportive che sono il risultato dell’insieme di più sport, non sempre gli atleti che le praticano risultano avere delle buone prestazioni in tutte le specialità. Può capitare che il costo energetico di un atleta possa essere maggiore in una delle tre discipline (in quanto meno portato per una specialità), rispetto ad altri “colleghi” e viceversa. È chiaro che i triatleti sono meno efficaci rispetto agli atleti puri, cioè quelli che praticano una sola delle tre discipline; questo concetto è tanto più vero quanto più la disciplina considerata presenta particolari elementi tecnici che difficilmente si possono implementare con il solo allenamento, diventa quindi importante valutare lo sport di provenienza.

  • Battito perfetto
    La frequenza cardiaca più elevata si registra nella corsa, quindi nel ciclismo e poi nel nuoto. La massima velocità  con la quale l’organismo può sviluppare energia attraverso la via ossidativa, cioè la massima potenza del meccanismo aerobico, viene comunemente definita massimo consumo di ossigeno (VO2max). Elevati livelli di VO2max sono caratteristici degli atleti praticanti discipline sportive aerobiche di lunga durata o di mezzofondo. Nelle gare di lunga durata il VO2max è un fattore indispensabile per l’ottenimento di buone prestazioni ma da solo non garantisce il successo. È fondamentale la capacità di mantenere la più alta velocità per la durata della gara,  questa è definita come fVO2max, cioè quella frazione percentuale del VO2max che l’atleta riesce a mantenere su  quella distanza. Con l’aumentare della velocità, il consumo di ossigeno si implementa, non però in maniera indefinita,  ma soltanto fino a quando si arriva a un certo valore, il massimo possibile per un determinato triatleta.
  • Massimo sforzo
    A seconda dell’individuo, il massimo consumo di ossigeno può variare da circa 25 a 90 ml per chilogrammo di peso corporeo e per minuto. A un’intensità pari alla massima potenza aerobica, un esercizio può essere sostenuto solamente per un breve periodo di tempo che oscilla tra i 4 e gli 11 minuti, definito tempo limite o intensità aerobica massimale o tempo d’esaurimento al VO2max. Il massimo carico di lavoro che può essere sostenuto da un soggetto per un periodo di tempo prolungato corrisponde, invece, a un’intensità di lavoro tale da non provocare un  accumulo di acido lattico e che pertanto è necessariamente inferiore al VO2max. Tale massima intensità di lavoro  oscilla in funzione delle caratteristiche dell’atleta e del suo stato di forma e di allenamento e varia tra il 60% e il 90% del VO2max: essa è definita soglia anaerobica (AT). AT rappresenta quindi l’intensità di lavoro oltre la quale il  metabolismo aerobico non è più in grado da solo di far fronte alle richieste energetiche e la produzione di una  quota, più o meno elevata, di ATP è assicurata dall’intervento del meccanismo aerobico lattacido, con conseguente  progressivo accumulo di acido lattico nel sangue. Il rilievo della AT è perciò un elemento fondamentale nella  valutazione degli adattamenti, sia centrali sia periferici, al carico d’allenamento. 

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