La scelta del drop nelle scarpe da running

La scelta del drop nelle scarpe da running

22 Ottobre, 2020

Nella scarpiera da triatleta non dovrebbero mancare mai almeno due tipologie di calzature per ottimizzare gli allenamenti evitando sollecitazioni biomeccaniche inutili

Spiega Tommaso d’Annunzio che il drop è la differenza tra l’altezza del tallone e quella dell’avampiede di una scarpa. Da esso dipende la tipologia dell’appoggio e la conseguente funzionalità. In pochi, però, hanno consapevolezza del fatto che un ripetuto gesto sbagliato porta a infortuni anche gravi, come il mal di schiena, i dolori ai tendini e ai polpacci. Ecco perché nella scarpiera da triatleta non dovrebbero mancare mai almeno due tipologie di scarpe per ottimizzare allenamenti evitando sollecitazioni biomeccaniche inutili. Le regole che troverete nelle prossime righe sono puramente indicative. La scelta migliore nasce da un’analisi profonda delle caratteristiche dell’utilizzatore, supportato dall’esperienza di un tecnico o di un rivenditore.

Alto

In generale, un drop alto varia dagli 8 ai 12-13 mm; tipico delle calzature utilizzate in allenamento per fare tanti chilometri. Aiutano ad appoggiare il piede con il tallone o la parte centrale del piede. Particolarmente consigliato ad atleti con un peso corporeo elevato e con un ritmo di corsa poco performante.

Medio

Dai 4 agli 8 mm; si tratta di calzature mediamente reattive adatte a medio-lunghe percorrenze. Particolarmente funzionali per le gare tipo 70.3 o full. Necessitano di una discreta sensibilità al ritmo e sono indicate per una capacita medio-alta di prestazione.

Basso

Meno di 4 mm; sono calzature da usare in gara o in allenamenti su ritmi veloci, sono poco protettive e necessitano di una buona biomeccanica di corsa.

Minimal o natural running

Si tratta di calzature con un drop praticamente nullo; vengono consigliate per esercizi di tecnica o per dedicarsi a una scelta di corsa molto particolare: il concetto di “corsa naturale” sta incontrando sempre più consensi, che si traducono in sostenitori di questo tipo di scarpe. Il fondamento di questa scelta è nel fatto che l’uomo è naturalmente predisposto alla corsa, cosa condivisa da tutti i runner e i triatleti, ma proprio questa sua predisposizione naturale necessita di una calzatura in grado di esaltare e sensibilizzare questa fonte innata nel nostro DNA. In alcune gare di triathlon non si possono utilizzare le scarpe natural con le dita dei piedi separate.

Migliorini: «Se la tecnica di corsa è disastrosa, non può essere migliorata dalla scarpa»

Sul tema del differenziale della calzature da corsa è intervenuto di recente anche Sergio Migliorini, medico della Fitri. In un’intervista per Triathlon Time ha detto:

«Le ricerche fatte sino a oggi non hanno spostato decisamente la bilancia sui vantaggi di una sua riduzione. Da una parte, è indubbio che l’ottimale tecnica di corsa dovrebbe prevedere una presa di contatto con il terreno attraverso l’avampiede, favorita dalla riduzione del drop, dall’altra, questa situazione ha portato a una riduzione degli infortuni al ginocchio ma a un aumento degli infortuni al piede, in particolare al tendine d’Achille. Inoltre, le qualità tecniche dei runner negli ultimi 30 anni sono assolutamente diminuite (basta vedere le performance dei primi 50 atleti italiani in pista e su strada) a fronte di una popolazione che inizia a correre a 30-40 anni o più, arrivando da altri sport o dalla sedentarietà più assoluta. Il risultato? Una tecnica di corsa disastrosa che non può essere migliorata da una scarpa! Un altro punto su cui mi voglio focalizzare è che la maggioranza dei runner ha preferito rialzare il drop inserendo nelle scarpe le solette anti-shock. Nel triathlon, considerando che si corre dopo la frazione di ciclismo, è consigliabile essere un po’ più alti nel retro-piede. Non considererei le scarpe cosiddette “minimaliste” perché oramai non ne parla più nessuno… e anche dal punto di vista delle vendite non hanno lasciato nessuna impronta».

Foto: ITU.

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