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Ilaria Corli, triatleta e ultracyclist, si racconta

Ilaria Corli è una ragazza speciale, triatleta ma, soprattutto, ultracyclist. 

Eh sì, si è fatta un “giretto” in bici che va da Ferrara, la sua città, a Capo Nord attraversando Repubblica Ceca, Polonia, Lituania, Paesi Baltici, Finlandia e, finalmente, Norvegia, senza trascurare la sua sosta su quella magica linea bianca segnata per terra, che rappresenta il Circolo Polare Artico. Una meta simbolica, dove Ilaria ha festeggiato il suo 28° compleanno.
Siamo in Lapponia finlandese, zona Babbo Natale. Come è nata l’idea dell’impresa? O meglio, per riformulare: Ma come ti è venuto in mente? «È la realizzazione di un sogno che tengo nel cassetto dal 2010, quando per la prima volta sono salita su una bici da corsa, quella di mio nonno. È stato l’anno in cui ho iniziato triathlon e ho fatto i miei primi viaggetti in solitaria. Suonavo in un gruppo musicale e spesso raggiungevo la mia band sulla bici a 100-150 km da casa, per poi salire sul palco». Da lì è partito il flash della passione: ha iniziato a documentarsi guardando video-tutorial per imparare come stringersi i freni, cambiare la catena, sostituire la ruota. Iscritta a vari forum di cicloturisti, presto si rende conto che le mete preferite sono al nord, per la presenza di una grande rete ciclabile e per la cultura ciclistica di quei paesi. «Subito mi viene voglia di andare a Capo Nord, ma i km sono tanti, troppi per me, non avevo esperienza». Oltre al timore del meteo, con probabili piogge quotidiane, freddo di montagna e necessità di equipaggiamento invernale. Decide allora una meta più easy, più caliente: Spagna, Barcellona. L’idea di uscire di casa in bici e arrivare nella città di Mirò l’affascina molto e questa prima esperienza di viaggio on the road è per lei bellissima, le fa gustare appieno il senso di libertà. Peccato aver scoperto la bici solo così tardi.

Osare di più

Ma i km che macina negli anni successivi aumentano sempre di più, fino a osare di puntare le tanto quotate piste ciclabili del nord Europa. Meta scelta: Oslo; partenza: dalla porta di casa. Quando arriva sente dentro di sé che la strada non è finita, che il vento continua a soffiare verso nord. Ecco che Ilaria decide l’impresa: il punto più a nord del nostro continente, Capo Nord. «Sì, per me è stata una sorta di pellegrinaggio che, km dopo km, mi ha allontanato dalla quotidianità per immergermi sempre di più nella natura desolata, quasi incontaminata della penisola scandinava, fino ad arrivare a quel gigantesco mappamondo di ferro, al di là del quale, dopo migliaia di km, si trova il Polo Nord». Alla domanda su come si sia allenata per rendere possibile l’impresa, questa la sua risposta: «Sono stata seguita dal coach Cristiano Caporali, supportata da un’équipe di nutrizionisti dell’Università di Ferrara e da una psicologa dello sport. Sono stati tre aiuti fondamentali, senza i quali non sarei mai riuscita a vivere il viaggio così intensamente. Gli allenamenti hanno previsto sempre un’alternanza di nuoto, bici e corsa, proprio come il triathlon, con prevalenza della bici man mano che mi avvicinavo alla partenza». In un mese esatto Ilaria ha pedalato per 4.500 km in totale autonomia, trainando un carrellino monoruota di 40 kg.

Preparazione e buona sorte

Per un viaggio così ci vogliono due cose: tanta preparazione e un po’ di buona sorte. È stata una crescita graduale quella di Ilaria, sia mentale sia fisica. È stato un viaggio oltre le sue aspettative, il viaggio perfetto. Certo i momenti difficili non sono mancati: uno in Finlandia, con l’assalto di un nugolo di tafani, un altro in Norvegia, dove doveva percorrere un tunnel sottomarino che collega la terraferma all’isola di Magerøya; un lunghissimo sottopassaggio di 7 interminabili km che arriva fino a 200 m sotto il livello del mare. «Ricordo quel momento come se lo stessi percorrendo ora: tantissima umidità, le pareti rocciose che gocciolano rendendo l’asfalto scivoloso, scarsa illuminazione, pressione bassa e un rimbombo assordante delle auto e delle moto che mi sfrecciano accanto, accompagnato dal rumore delle ventole di areazione. È stato il momento più brutto, una sorta di prova finale prima di raggiungere la mia meta».

Bellezza del viaggio: gli incontri

Ma la bellezza del viaggio sta nella conoscenza delle persone che si incontrano, materiale umano di primissima mano. E Ilaria di gente ne ha conosciuta tanta: garbata, ospitale, che le ha offerto un piatto e l’ha ospitata per una notte. Ha anche incontrato tanti ciclisti in viaggio come lei, pedalato fianco a fianco, esposti, liberi, senza un casco di moto o un parabrezza di auto a far da schermo. Tante le emozioni e il benessere provato. «Il viaggio comporta una leggera e piacevole fatica che, con il passare delle ore, amplia le sensazioni positive che si provano e aiuta ad affrontare e combattere quelle difficili; la mente sempre più in sintonia con il corpo, più attenta ai suoi veri bisogni, in una sorta di meditazione che non vorrei finisse mai».

Tratto da Triathlete n. 224 - Marzo 2016