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Colorata, allegra, tosta. Così definirei la 100 km del Caribe, Mariluz Vinãs la sua ideatrice.
È la prima e unica gara di lunga distanza in terra dominicana, che entro i suoi confini non annovera neanche una maratona, figuriamoci un’ultra.
Quest’anno, alla sua 2ª edizione, l’ho corsa quasi per intero, percependone meglio l’atmosfera, ascoltando le storie delle persone con cui ho condiviso parte dei percorsi. Ognuno con il suo vissuto, ognuno interessante e ricco di umanità. Gli iscritti alla gara completa, alla 100 vera e propria, sono stati un centinaio, pochi i ritiri nonostante il grande caldo/umido abbia reso difficile la prestazione ma troppo forte era la motivazione per cedere alla voglia di mollare. A questi, molti “giornalieri” autoctoni si sono aggiunti di giorno in giorno, di tappa in tappa, fino ad arrivare a sfiorare le 300 presenze nell’ultima, quella della festa finale, delle danze e delle premiazioni in spiaggia.

Ma partiamo dall’inizio

1ª tappa: Cabarete, 10 km di sterrati e spiagge, con kite surf che volteggiano colorati nel cielo. Una tappa corta, veloce, piatta. Nessuna conoscenza o condivisione; queste di solito le si sperimentano nella fatica.
2ª tappa: Puerto Plata, 17,5 km di corsa in montagna coi suoi 1.350 m di dislivello. Eccola la fatica, ecco la condivisione. Io qui non corro, non ci riesco, cammino, e sul percorso incontro Helder Costa, portoghese, che scopro essere il tracciatore di questa gara e che quindi, “sul pezzo”, vuole verificare che tutto sia chiaro, non equivocabile. Ma sì, il percorso è chiaro, sono le gambe che non vanno. Scopro anche l’esistenza di questo mestiere che non conoscevo affatto, quello del tracciatore o, come dice lui in portoghese, del “marcador”.
3ª tappa: Sosua, 18 km quasi tutti corribili, solo 380 i m di dislivello. Siamo nella giungla e ogni tanto, immerse nel verde, incontriamo famigliole in casette isolate. Io e la mia occasionale compagna di corsa che mi ha affiancato ci chiediamo che ci fanno lì, nel verde e nel nulla: che lavoro? dove la spesa? Lei è Thais Herrera, mamma/manager ma, soprattutto, triatleta. Scopro che molti competitors in questa gara sono della triplice e che il movimento qui, in Repubblica dominicana, sta avendo un crescendo esponenziale, un vero boom.
4ª tappa: Las Terrenas, la più lunga, 44 i km da correre e 760 i metri di dislivello da affrontare. Spettacolare il Salto del Limon, una cascata in piena che si tuffa nello specchio d’acqua sottostante, tanti i guadi da fare in un zigzagare continuo dentro e fuori dal fiume fino ad arrivare alle mangrovie, dove per aggirarle dobbiamo fare 2 km nel mare, con l’acqua che arriva fino alla vita (agli alti di statura andrà un po’ meglio). È qui che incontro John Haslett, californiano. Col suo abbigliamento un po’ casuale mi fa capire che proprio accanito runner non è. E infatti scopro che è qui come fondatore de Ninos de la luz, un’associazione che raccoglie bimbi che, abbandonati, vivono da soli in strada; l’organizzazione dà loro una casa e dei “genitori”. È qui coi suoi ragazzi che chiudono la pista bonificando il percorso dalle bandierine e segnaletiche varie, perché l’importante è che capiscano che non si può solo ricevere, ma anche dare.
5ª tappa: Playa Lanze del Norte, ecco gli ultimi 12 km, che saranno mai? Li faccio determinata, ormai è finita e quando passo l’arco non mi fermo neanche ma piego a sinistra, dritta dentro il mare con scarpe e tutto il resto, per un bagno ristoratore.

Premiazione

Primo uomo Carlos Perez, 49 anni, magro, pantaloni larghi, maglietta casuale. Scopro la sua storia. È un locale che l’anno scorso aveva visto questa gara e se ne era innamorato sognando di farla e vincerla l’anno successivo. Duri allenamenti e tanta determinazione, ma troppo importanti erano per lui i 5.000 pesos in palio per il vincitore. Vittoria nostrana, invece, quella in rosa: 1ª è la lombarda Alice Modignani che così porta a casa come premio la partecipazione a una gara ultra in Costa Rica. Non male davvero, soprattutto per lei che è giramondo.?