Le cartilagini del triatleta

Le cartilagini del triatleta

01 Aprile, 2013

Identificare per tempo un’eventuale patologia fa evitare seri danni alle giunture

Buongiorno dottor De Ponti,
le scrivo perché, come molti miei amici di sport, a volte accuso dolenzia alle articolazioni delle ginocchia. Pratico triathlon in modo importante, mi alleno e quando è stagione gareggio almeno due volte al mese. Forse tutto questo mal si concilia con l’incedere degli anni, ho superato la cinquantina, però non vorrei rinunciare a questo mio stile di vita. Cosa mi consiglia?
Federico Bianchetti, Roma

Risponde Luca De Ponti, ortopedico

E’ interessante il quesito che ci pone il lettore Federico, colgo l’occasione, però, di ampliare il discorso ipotizzandone altri: quali sono i limiti del nostro “telaio”, cioè del nostro scheletro e delle nostre articolazioni? A fronte di segni di usura come ci dobbiamo comportare? Chi è più esposto a questi problemi? Cosa si può fare per prevenirli? Quali sono le terapie più attuali? Vediamo di dare delle risposte a questi interrogativi che interessano molti triatleti.

  • Fattori di pericolo
    Vediamo innanzi tutto i fattori di rischio legati a usura delle cartilagini:
    • dimorfismi anatomici, come ginocchio valgo o ginocchio varo, forme scoliotiche in riferimento all’usura cartilaginea a livello vertebrale;
    • esiti di fratture con alterazione della struttura ossea;
    • lesioni legamentose che possono compromettere la stabilità articolare, come avviene frequentemente a livello di ginocchio e caviglia;
    • esiti di rotture meniscali da trauma o da usura;
    • malattie che possono causare un alterato circolo locale come nel diabete o più genericamente alterazioni sistemiche come quelle riguardanti il metabolismo degli urati;
    • alterata biomeccanica dell’appoggio del piede che spesso condiziona anche la distribuzione dei carichi a livello di ginocchio, anca e schiena;
    • eccesso di peso corporeo ad alterare un giusto rapporto peso/potenza.
    • allenamento scriteriato in termini di quantità o qualità.
  • Prevenzione
    Essendo una patologia che fa il suo corso lentamente, e che quando si manifesta evidenzia spesso un danno già cospicuo, il capitolo prevenzione assume un ruolo molto importante. Criteri di riferimento:
    • gestione del tono muscolare a garantire la stabilità articolare: il riferimento al ginocchio è il più importante in termini statistici, ma grande importanza va data anche al tono della muscolatura dei glutei in relazione a una buona funzionalità dell’anca;
    • controllo del peso corporeo ed eventuale rientro nei parametri standard;
    • alimentazione equilibrata;
    • controllo dei parametri metabolici con particolare riferimento alla glicemia e all’uricemia;
    • rispetto dei tempi di recupero tra un allenamento e l’altro in relazione all’età e al grado di preparazione;
    • controllo della biomeccanica di corsa e attenzione alla tipologia di appoggio del piede, con eventuale ricorso a ortesi plantari laddove risultano alterati tali parametri.
    Le cartilagini del triatleta L’età critica legata all’usura cartilaginea sono i cinquant’anni, in concomitanza con un fisiologico calo dell’induzione ormonale a stimolare il turnover delle cellule cartilaginee. Queste ultime sono nutrite direttamente dal liquido sinoviale prodotto all’interno del ginocchio e tale meccanismo avviene per imbibizione, ovvero per contatto diretto con la stessa sostanza. Il concetto di omeostasi, cioè di situazione di equilibrio tra cellule in fase catabolica e quelle autoriprodottesi, trova come variabile dipendente l’utilizzo della stessa articolazione. Questo utilizzo è bene che ci sia, ma non si deve rompere un delicato equilibrio a favore di una prevalenza catabolica al punto di arrivare a una degradazione irreversibile. Ecco allora come la gestione dei recuperi deve essere oculata, facendo riferimento sì ai valori ematochimici relativi, ma anche alle sensazioni che esprime il corpo e non ultima la mente.
  • Le cure
    Questi possono essere considerati come criteri generali da seguire, ma quando il danno è fatto, quando vi sono aree importanti di sofferenza cartilaginea, quale deve essere l’approccio terapeutico?
    • Il primo passo può essere considerato quello degli esami strumentali, come le radiografie e la risonanza magnetica, che sono complementari. La seconda non va quindi considerata sostitutiva del primo approccio radiologico.
    • Nei casi di sospetto danno cartilagineo di una certa importanza il quesito posto allo specialista è solitamente quello legato all’opportunità di continuare a fare sport intensamente, specie la corsa. È ovvio che la risposta può implicare dei risvolti con scelte molto delicate e il medico deve esserne cosciente. Nell’ottica di questa scelta può essere importante, con particolare riferimento all’articolazione del ginocchio, l’artroscopia, vista non solo come momento diagnostico ma anche come controllo dell’usura meniscale ed eventuale rimodellamento degli stessi menischi.
    • Da un punto di vista prettamente terapeutico abbiamo almeno tre possibilità di intervento:
    a) integratori alimentari da assumere per via orale come quelli a base di condroitina- glucosamina;
    b) sostanze iniettabili all’interno dell’articolazione (pratica sostenibile a livello di ginocchio e caviglia), che possono essere l’acido ialuronico ma anche i fattori di crescita (pratica quest’ultima più complessa in relazione alle normative vigenti, che impongono l’egida di un centro ospedaliero trasfusionale);
    c) terapie attuabili per via artroscopica, come il trapianto di cellule cartilaginee da cultura o micro perforazioni dell’area di lesione a scopo rigenerativo.

    La gestione terapeutica del danno cartilagineo deve essere pianificata nel tempo ed essendo un problema di non poco conto la valutazione del momento evolutivo della patologia deve essere inquadrato caso per caso con una valutazione attenta di tutti gli elementi a disposizione e il ricorso all’artroscopia deve essere visto come un’arma in più e non un limite fonte di paure non giustificate.

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