Cosa SÌ e cosa NO

Cosa SÌ e cosa NO

01 Settembre, 2012

Un rapporto non facile. Soprattutto quando al di qua della scrivania siede un atleta. Oltre alla fiducia reciproca, radice fondamentale per un rapporto sincero, ecco i comportamenti che non possono mancare per il bene di entrambi

La tecnologia è spesso associata a una diagnosi corretta tanto che alcuni esami di ultima generazione, come la risonanza magnetica, vengono idealizzati sempre e comunque dirimenti tanto da essere considerati vere ancore di salvezza. Non è sempre così, perché alcune situazioni diagnostiche vanno viste con una prospettiva a 360 gradi e il quadro è opportuno sia completo per il medico che deve basare il suo giudizio su molteplici parametri. Questi sono senz’altro:
• La sintomatologia specifica;
• la storia dell’atleta in relazione a quell’infortunio;
• l’esame clinico del paziente;
• gli esami strumentali.
Solo un quadro completo di tali elementi può costituire una base su cui consigliare al meglio chi ha subito l’infortunio.

 

  • Così non si fa
    Fa sorridere a tal proposito chi consegna all’amico un esame diagnostico da girare al medico per un parere riguardo a un qualcosa di poco definito; come se quell’esame, una radiografia, una TAC, rappresentasse una risposta assoluta che solo lo specialista può interpretare al meglio indipendentemente da tutto il resto. Niente di più sbagliato: e per il medico è opportuno precisare che, non per cattiva volontà, un suo parere non si può basare solo su di un esame clinico, ma per il bene del paziente è doveroso esigere un quadro più completo della situazione. Osservando la questione da un’altra prospettiva, è spesso il paziente che chiede al proprio medico curante degli esami e questi non sempre vengono prescritti come si vorrebbe. Approfondiamo allora questo aspetto. Sulla tipologia degli esami è meglio che sia il medico a decidere. Fare delle autoprescrizioni sulla base del sentito dire è spesso una perdita di tempo, mentre una descrizione accurata dei sintomi e l’evoluzione degli stessi possono essere di grande aiuto per il medico che deve indicare la via per una precisa diagnosi. La descrizione dei sintomi da parte del paziente risulta un contributo fondamentale di chi vuole farsi curare e da parte del medico è  necessaria una notevole pazienza per ascoltare e approfondire le situazioni da un punto di vista temporale e in relazione all’allenamento sostenuto.

 

  • L’esame clinico
    È uno strumento molto importante, per quanto sottovalutato. Un tempo era uno dei pochi elementi certi per il medico e anche oggi risulta spesso determinante per comprendere alcuni aspetti della patologia come la sede esatta del dolore, eventuali limitazioni funzionali, il dolore in relazione al movimento, un’alterata anatomia. Con l’esame clinico si possono poi eseguire test dirimenti, come nel caso del ginocchio, dove le caratteristiche di stabilità articolare non sono certo valutabili con esami strumentali ma solo con movimenti manuali che fanno parte del bagaglio di esperienza del medico e tali risultati possono essere anche determinanti ai fini di una decisione chirurgica.

 

  • Quelli diagnostici
    L’autoprescrizione è spesso pericolosa perché può dare per scontato situazioni che scontate non sono. Spesso si trascura l’importanza di una semplice radiografia che può teoricamente non essere determinante nei riguardi di talune patologie ma può escluderne altre di importanza maggiore. Il medico deve essere il regista dell’indagine che richiede una esperienza clinica consolidata, mentre il compito dell’atleta paziente è quello di raccogliere e ricordare in modo ordinato i sintomi. Il riferimento ad altre situazioni all’apparenza analoghe non deve trarre in inganno. Se l’amico si è sottoposto a un’ecografia per la valutazione del tendine non è detto che lo stesso debba valere per altri. Se l’infiammazione del tendine è inserzionale piuttosto che del terzo medio gli esami possono essere a giusta ragione diversi. Quanto al ginocchio bisogna ricordare che anche se radiografie e risonanza magnetica danno un quadro abbastanza completo della situazione anatomica, l’artroscopia può rappresentare un passo importante in relazione a decisioni legate all’allenamento e alla terapia. Ne è la riprova che provvedimenti terapeutici importanti, non ultima la sospensione temporanea dell’allenamento, sono spesso il frutto di una presa di visione diretta del chirurgo a fronte di un procedimento artroscopico. Nei casi di degenerazione meniscale ad esempio, trattabili per via artroscopica, l’atto stesso consente una visione articolare determinante per organizzare il miglior programma di recupero. Gli esami diagnostici hanno un costo sociale al di là del ticket che il singolo può pagare per la prestazione ed è quindi corretto che la responsabilità di una prescrizione sia a carico del medico curante: non è quindi importante fare tanti esami ma i giusti esami, pur conoscendo i limiti degli stessi.

 

  • Prepararsi prima di una visita
    È opportuno essere pronti a rispondere alle domande che il medico può porre. A tal proposito può risultare utile scrivere alcuni appunti con l’evolversi dei sintomi in relazione al problema specifico. Non bisogna lasciare a casa precedenti certificazioni, risultati di visite attinenti al problema attuale, esami diagnostici anche se apparentemente negativi: è compito del medico controllare il tutto per avere un quadro completo. Meglio invece selezionare precedentemente esami non attinenti alla patologia specifica; questo lavoro, fatto alla presenza del medico, sottrae del tempo prezioso al medico stesso ed evidenzia poca cura del paziente nell’affrontare la visita.
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