Paratriathon, una delle più belle pagine di Rio per gli azzurri

Paratriathon, una delle più belle pagine di Rio per gli azzurri

19 Settembre, 2016

Tre azzurri in gara, Michele Ferrarin, Gianni Sasso e Giovanni Achenza. Tre belle storie di forza interiore e di sport e due pesanti medaglie riportate a casa

Di Riccardo Barlaam

Una delle più belle storie di questa Paralimpiade riguarda il triathlon, all’esordio come disciplina paralimpica a Rio De Janeiro. Tre atleti italiani in gara: Michele Ferrarin, Gianni Sasso e Giovanni Achenza, in due categorie diverse Pt2 e Pt1. Due medaglie, un argento e un bronzo. E tre storie incredibili di atleti che pur avendo 15-20anni di più in media dei loro coetanei sono arrivati alla finale olimpica, se la sono giocata, hanno dato tutto e hanno riportato a casa più di quanto non abbiano fatto i normodotati tricolori, tornati con le tasche vuote. Due pesi e due misure. Ma i risultati parlano. Il presidente del Comitato italiano paralimpico Luca Pancalli all’ultimo Galà del Triathlon lo aveva detto senza troppi giri di parole: “Voi qui festeggiate gli Oscar del triathlon, ma l’unico italiano che quest’anno ha vinto qualcosa nelle gare internazionali è Michele Ferrarin” che nel 2015 aveva vinto il titolo mondiale di paratriathlon, nella quasi totale indifferenza dei media.
A Rio si è ripetuto Ferrarin salendo nel secondo gradino del podio. Un argento che vale quanto e più di una vittoria per quello che significa. Michele, 45 anni, nella vita di tutti giorni lavora come amministrativo nella sede centrale di una grande gruppo della Gdoa Padova. Una decina di anni fa ha scoperto di avere una atrofia muscolare spinale (Sma), malattia progressiva che in questi anni inesorabilmente continua ad andare avanti condizionando pesantemente le sue prestazioni: il braccio sinistro impossibilitato a muoversi e i problemi che via via si sono spostati anche sulla gamba destra. Per questo l’argento, il primo argento del triathlon in una paralimpiade, vale molto di più del secondo posto: Michele parte bene con il nuoto – un passato da nuotatore agonista con i “normo” negli anni ’80 e ’90 – nonostante la sua disabilità riesce ancora ad andare forte in acqua: esce al quinto posto dall’acqua (700 metri). In bici passa in prima posizione e aumenta il distacco dai più diretti inseguitori. Nella frazione di corsa inizia la sua gara più dura, con la malattia e con quella gamba che non vuole andare più di così, prima ancora che con gli altri. Non vuole andare più di cosi quella gamba anche se la mente e il cuore ti dice di farlo, un rosario infinito da sgranare a ogni passo superando mille e mille volte il limite della fatica e della disabilità. Fine primo giro:Michele è ancora in testa. Secondo giro di corsa a poca distanza dall’arrivo lo passa di slancio il forte inglese Andrew Lewis che corre verso l’Oro e chiude i 5 chilometri della frazione di corsa in 20’17’’. Michele resiste, continua imperterrito a menare con la corsa a tirare fuori da dentro tutte le risorse e le energie che haancora in corpo. Il forte marocchino, naturalizzato americano,Mohamed Lanha a poche centinaia di metri dall’arrivo cerca di superarlo da dietro. Michi non molla. Continua a sgranare il rosario, passo dopo passo. Ferrarin chiude i 5 km in 23’13” (a 4,6 minuti a km: provate ad andarci voi se ci riuscite). Quando arriva al traguardo è sfinito. Cade a terra. Argento. Ma ha vinto. Ha vinto l’Oro per come è andata. Non riesce ad alzarsi, lo soccorrono, lo fanno sedere su una sedia. Lui, la faccia stravolta dalla fatica, è felice, radioso. A caldo, ai microfoni caldi della Rai, racconta in due parole il senso di quello che ha fatto. Parole che resteranno negli annali dello sport per la loro forza comunicativa, che arrivano dirette al cuore: “Mi sono fatto un culo così, per cinque anni, per arrivare a questo punto”. Per vincere su tutti e su quella dannata malattia che tu gli dici di andare e lei ti blocca quando vorresti correre e andare veloce. E poi l’abbraccio con Isabella, la moglie che è anche allenatore federale di triathlon, che è l’anima femminile nel team Fitri che ha accompagnato i successi dei tre moschettieri azzurri.
Dietro di lui, dopo un po’ arriva Gianni Sasso, il leone di Ischia. Gianni, 47 anni ormai, ha perso una gamba da bambino in un incidente ma non la voglia di vivere e di lottare. Gianni ha un moncone piccolo piccolo su cui attacca la protesi per correre. Al centro Inail di Budrio dove gli hanno sistemato la sua specialissima “gamba da corsa” erano stupiti di come riuscisse a correre con il moncherino così corto. “Mai visto uno che corre con queste protesi con un moncherino così piccolo”. Una tenacia la sua che sfida le leggi della fisica. Nel piccolo mondo del triathlon lo conoscono tutti e lo amano questo ragazzo ormai non più ragazzo che ha il mare negli occhi e la schiettezza tutta partenopea di parlare chiaro. Ha fatto una grande gara, anche lui, racconta il tecnico federale Simone Biava. “Un’ottima frazione di nuoto e anche di bici per portarsi avanti, per realizzare il suo obiettivo che era quello di arrivare nei primi dieci in finale”. E’ settimo a fine gara. Il leone Sasso arriva saltellando sulla sua protesi in titanio e carbonio. Sprizza gioia da tutti i pori, la stessa di Ferrarin, compagni di squadra e fratelli ormai, l’Italia del Nord e l’Italia del Sud unita, accenti diversi, personalità differenti, un rapporto che si è stretto nei lunghi mesi di preparazione in altura a Livigno.
Dopo di loro parte la gara degli atleti in handbike. L’atleta italiano è Giovanni Achenza, 45 anni, sassarese. I pronostici non lo danno tra i favoriti perché gareggia con persone che hanno una disabilità meno grave e davanti, appunto, ha 4-5 persone con disabilità minori della sua. Ma Achenza sta bene, è tiratissimo dopo i lunghi mesi di preparazione ed è concentrato su quello che deve fare. Biava lo sa e ci crede, ma non lo dice, la gara va come deve e lui arriva terzo, senza paura, dietro due armadi olandesi di vent’anni più giovani di lui con dei toraci e bracce enormi da statue greche. E’ terzo Giovanni. Arriva a braccia alzate, getta i guanti per la gioia, con un sorriso grande così. Si tocca il casco. Non ci crede ancora. Poi alza il braccio al cielo e si tocca il cuore. Le prime parole alla Rai, ancora con il fiatone: “Sempre 4°, 5° ai mondiali… Non ci credo”. E poi: “Evviva la Sardegna!” Ed esulta mentre lo abbracciano tutti, lo travolgono mentre è ancora sulla sua bici, strumento di tortura con quelle ruote da spingere con le mani. Per chilometri e chilometri.
Per i tre moschettieri e per il team che li ha seguiti è un successo davvero notevole. Ancora più significativo considerando la esigue risorse per gli atleti disabili rispetto ad altre nazionali come quella inglese, tedesca o australiana.
Il triathlon è una disciplina di per sé avvincente. Tre sport diversi in rapida successione, nuoto, ciclismo, corsa. E poi i cambi da una frazione a un’altra, in fretta come matti cercando di evitare di perdere secondi preziosi.
Ma per chi ha mai assistito a una gara il triathlon paralimpico è ancora più appassionante, per l’aspetto sportivo e soprattuto per quello umano perché vedi cose incredibili: tocchi con mano la forza di atleti che sono davvero superhumans, come li chiamano gli inglesi. Altro che poveretti. Niente da compatire. Ma tanto da imparare per la tenacia con cui queste persone affrontano lo sport e superano i propri limiti.
Ogni atleta paralimpico è una storia a sé. E per riuscire a emergere dal mucchio, soprattutto a livello internazionale, è fondamentale curare tutti i dettagli. Il team che ha seguito i tre moschettieri azzurri è stato guidato, come detto, dall’allenatore federale Simone Biava, bergamasco, maniaco della preparazione e della cura dei particolari per riuscire a vincere. Accanto a Biava, ci sono stati altri tecnici: Mattia Cambi, allenatore di triathlon che ha seguito la bici; Fabrizio Tacchino,. che ha curato la hand bike di Achenza, Neil Mc Leod, pr che si occupa dello sviluppo del paratriathlon e dei rapporti internazionali, Isabella Zamboni, moglie di Ferrarin e allenatore di triathlon, l’”equilibrio”, la parte femminile del gruppo, e poi Pietro Picotti il medico di squadra, con il supporto del presidente Fitri Bianchi e del presidente del Cip Pancalli
Il team italiano di Para triathlon si è allenato per tre mesi in altura a Livigno “sono stati mesi importanti – racconta Biava – e devo ringraziare l’Azienda di promozione turistica di Livigno che ci ha messo a disposizione le strutture per due blocchi di preparazione. Io credo molto al lavoro in altura”. Sponsor della nazionale sono stati Campagnolo che ha fornito il migliore materiale per gli atleti, tra ruote e componentistica. E poi Syprotiger, azienda che produce una tecnologia per sviluppare l’allenamento della respirazione, la bergamasca Kask per i suoi caschi aero, Srm per i misuratori di potenza e il Centro Inail di Budrio che è stato determinante per la preparazione della protesi di Sasso, lo stesso centro che realizza le protesi di Martina Caironi.

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