La storia di un padre e di un figlio affetto da autismo

Sono Stefano Vitellozzi, di Sant’Elpidio a mare nelle Marche. Ho trascorso quasi l’intera vita nel mondo della bici, prima come atleta arrivato fino alla soglia del professionismo, poi come direttore sportivo di team Continental.
Ma soprattutto, sono il padre di Francesco, un ragazzo di 21 anni affetto da una patologia che non è facile annoverare tra le disabilità: l’autismo. Mio figlio sembra un congegno altamente sofisticato e con moltissime funzioni, senza però il libretto delle istruzioni. È sempre difficile decifrare i suoi “codici”, così come interpretare le sue potenzialità. Lui ha sempre praticato sport fin da piccolo e gareggia sia nel nuoto sia nell’atletica leggera sotto la Federazione FISDIR del Comitato Paralimpico.

Il mio sogno

Ma il mio sogno è sempre stato quello di condividere con Francesco un progetto di sport “inclusivo”, dove atleti disabili e normodotati sono sulla stessa linea di partenza. Avendo in comune anche la passione per la bici, abbiamo iniziato a frequentare il mondo delle Granfondo ciclistiche. L’unico problema è che lui non conosce il codice della strada, da qui l’idea di utilizzare un tandem. La bontà del lavoro svolto è testimoniato dai molti successi sportivi che Francesco ha realizzato partecipando a numerose Granfondo dal 2013 a oggi. Sportivamente sensazionale è stata la partecipazione alla Maratona delle Dolomiti, dove insieme abbiamo affrontato quattro passi dolomitici oltre quota 2.000 m, su per salite che hanno fatto la storia del ciclismo come il passo Pordoi e il Sella. Particolarmente emozionante la scalata dello Stelvio in occasione dell’omonima Granfondo; e ancora: in mezzo ai 13.000 partecipanti della Granfondo Novecolli e nello stupendo scenario dei Fori imperiali durante la Granfondo di Roma. Infine, in tutte le altre partecipazioni.

Altra sfida

Con il 2016, grazie agli amici del team Civitanova Triathlon che hanno voluto condividere questo nostro progetto, vorremmo vincere un’altra sfida: unendo tutti e tre gli sport che pratica Francesco, riuscire a gareggiare nel triathlon. Così, il 19 marzo scorso abbiamo debuttato con il Campionato italiano duathlon sprint, nella bellissima location del parco delle Cascine a Firenze.

La prima volta

È stata la prima volta che un atleta con disabilità intellettivo-relazionare ha gareggiato nel calendario FiTri, infatti non esiste ancora nel settore paratriathlon una classificazione per tale disabiltà. A tal proposito, un doveroso ringraziamento sia agli organizzatori di Trievolution sia alla stessa FiTri per la disponibilità verso la nostra partecipazione. Con la gara di Firenze, quello che mi piacerebbe trasmettere, perché sia anche di esempio, è come un atleta con disabilità cognitiva-relazionale importante com’è l’autismo riesca a gestire una gara che è caratterizzata da tre step diversi (corsa-bici-corsa). Da parte mia, l’unico pensiero è quello di metterlo nelle condizioni ideali per esprimere al massimo le sue abilità.

Valenza terapeutica dello sport

Per Francesco però lo sport non è fine a se stesso, ma ha una chiara valenza terapeutica, in quanto lo aiuta a frenare il suo essere iperattivo, inoltre, è un buon allenamento alle proprie autonomie personali, oltreché un’eccellente opportunità di relazione e inclusione sociale. Per il resto, il sorriso di Francesco mi fa capire che tutto questo non è una forzatura ma un modo sicuro per renderlo felice.

Lei è Michela, tifosa di lui, del suo lui.
Lei non gareggia, dunque non è triatleta, eppure ama tantissimo questo sport. Ecco il suo racconto

E' necessaria una premessa importante: non sono assolutamente sportiva (per nulla), non so nuotare, in bici quella che per me è una salita ardua, un triatleta la percorre in un nanosecondo e l’unica corsa che vale la pena (per me) fare è quando ci sono i saldi in un negozio di borse, ma, nonostante tutto questo, amo il triathlon! Quando ho sentito per la prima volta in vita mia questa parola, non sapevo neanche quale fosse il suo vero significato e, quando mi sono state spiegate le lunghezze di una gara, la mia domanda, forse un po’ scontata, è stata: “In quanti giorni?”.

La prima volta

Nel maggio 2013 partecipai (per favore permettetemi questo verbo) all’Ironman di Lanzarote, primo per me e primo anche per quello che poi è diventato mio marito.È stato subito amore a prima vista (non parlo solo di mio marito, ma anche di questo mondo). Credo che un giorno potrei scrivere un libro su quello che avviene in una gara di triathlon vivendola da supporter o da coach, le emozioni che accompagnano ogni gara, le persone che si incontrano provenienti da ogni parte di Italia e del mondo, le lacrime che ogni volta non riesco a trattenere sotto la finish line, la loro, eppure un po’ anche mia. Trovo che sia un mondo fatto di lealtà, sacrificio e, soprattutto, di famiglia! Ogni triatleta è sempre accompagnato da mogli, genitori, figli… e alla fine si diventa tutti amici.

Nel viaggio di nozze

Il triathlon ha accompagnato la nostra storia di coppia e abbiamo scelto insieme di inserirlo nel nostro viaggio di nozze! Ci siamo sposati il 14 febbraio 2014, da tutti siamo stati considerati romantici vista la scelta della data, in realtà questa era legata alla gara di Wanaka, in Nuova Zelanda, che si sarebbe disputata la settimana successiva. Così siamo partiti verso l’altra parte del mondo. Mio marito era l’unico partecipante dall’Italia e sentire suonare l’inno nazionale la mattina solo per lui/noi è stato indescrivibile. La gara di Wanaka è qualcosa di unico, parlo soprattutto del paesaggio, dei colori, delle mille sfumature di verde che appaiono all’orizzonte... A noi non importa la classifica, noi partecipiamo semplicemente per la gioia di condividere questo momento insieme e, ogni volta che Alberto arriva alla finish line, per me è sempre il numero 1!

Io le mie le chiamo in tre modi: triathlon, Francesco e BMC Dexter. Il triathlon è stato come quel colpo di fulmine che si prova quando vedi una donna per la prima volta in mezzo alla folla e che credi di conoscere da una vita; Francesco è il nome di mio figlio, che ho visto da piccolo piccolo crescere accanto a me e che, di pari passo, fa crescere in me l’amore nei suoi confronti, per quel bimbo che diventerà un giorno un uomo. C’è poi Dexter, la mia bici: di lei mi sono innamorato la prima volta che l’ho vista sulle pagine di questa rivista e ho sognato di farci il mio primo Ironman. Arrivo dallo sport, agonismo del nuoto, storia comune a tanti ragazzi della mia età quando la playstation non era ancora nata e lo sport era l’unica attività che ci era permessa, perciò giù a fare chilometri. Poi, una volta cresciuto, la vita mi abbaglia con le sue luci che un po’ mi confonde e tendo a perdermi; lascio lo sport e inizio a lavorare ma dopo, per gli strani giri della vita e quasi per caso, ho fatto dello sport la mia vita e il mio lavoro: corono il sogno di aprire una palestra nel mio paese. La seguo, ci metto il sangue, funziona, ne sono contento. Ma lo sport per me non è pesi e super serie, ed ecco che un giorno appendono nella bacheca la pubblicità di una gara sprint in provincia di Torino. Via, di getto mi iscrivo, cosa vuoi che sia uno sprint? Correre corro, nuotare nuoto e andare in bici lo faccio spesso. Preparazione sommaria, faccio la gara e la finisco in modo decoroso ma nulla di che: corro quei 5 km come fossero gli ultimi di una maratona.

Come una folgorazione

Una fatica che scoppia arrivato a casa sul divano, il cuore che impazza… un po’ perché stanco per uno sforzo che non prevedevo, un po’ perché ho scoperto una passione! Cerco sul sito la prossima gara, sono stato folgorato. E via altri sprint e un olimpico, chiudo la mia prima stagione così, il 2014. A ottobre di quello stesso anno decido per un 70.3, quello di St. Pölten. Mi iscrivo, pago, ormai è fatta, non mi posso più tirare indietro. Sono orgoglioso e ho tutti i peggiori difetti di ogni sportivo che si rispetti. Sono mesi intensi, mi alleno a sensazione, a tappe, a piccoli traguardi, cercando sempre il mio limite; scarico tabelle da Internet, mi documento, spingo, allungo i km, faccio mezze maratone.

Affascinante giostra

L’ho presa seriamente, arriva il giorno, parto, arrivo nel paradiso austriaco ed entro in questa “giostra” affascinante fatta di stand, di gente festosa, di pasta party. La tensione la scarico facendo il turista: per un giorno esco dal clima di gara, mi isolo. Ma il fatidico giorno arriva, mi sveglia l’acqua gelata del lago, da lì è tutto un susseguirsi di emozioni. Non sono un uomo che si emoziona facilmente, nella vita mi emoziona mio figlio e poco altro, ma rimarrà vivida la sensazione delle lacrime in gola arrivate al 1° km di corsa, quando ti senti “sul pezzo”, senti di far parte di quella meravigliosa giostra, ti senti vivo: 21 km finali fatti senza crisi se non quelle emotive, ma per quelle ci sono i miei fidi occhiali da gara a mascherare il tutto. Traguardo raggiunto nel tempo che mi ero prefissato. Dopo un’esperienza così non ci si ferma più, si spostano i propri limiti sempre più avanti. Klaghenfurt 26 giugno 2016: ci sarò, io e i miei fidi occhiali a mascherare le emozioni, perché il triathlon è fatica e la fatica genera emozioni che fanno sentire vivi. Grazie a questo mondo che sento un po’ più mio.