Allenamento, amore e sogni a cinque cerchi: la nuova vita di Bianca Seregni

Allenamento, amore e sogni a cinque cerchi: la nuova vita di Bianca Seregni

31 Luglio, 2025

Lo sport e la vita insegnano che il lavoro paga sempre. Se poi quel “lavoro” arriva anche senza troppo clamore, con discrezione e dolcezza, allora il suo valore è inestimabile. Lo sa bene Bianca Seregni, tra i volti femminili più importanti della DDS Triathlon Team di Milano e oggi anche atleta Fiamme Oro, che nelle ultime tre stagioni ha avuto una crescita incredibile: tre primi posti in tre tappe della World Triathlon Cup 2023, due top 10 nella World Cup 2024 e un inizio 2025 con un 8° e un 3° (individuale e staffetta) nella WTCS di Abu Dhabi e un grande 2° posto nella tappa WTCS di Alghero. Quest’ultimo un grande traguardo che pesa più di altri. Non solo perché le è valso un podio, una medaglia e un posto nella storia del triathlon italiano (mai nessuna azzurra era arrivata così in alto in una gara del circuito mondiale), ma perché racchiude dentro di sé anni di lavoro silenzioso, sacrifici lontano dai riflettori e trasformazioni profonde.

Alghero. Un punto d’arrivo, sì, ma anche – e soprattutto – un punto di partenza. Bianca Seregni oggi non è solo un’atleta più forte, ma una persona più consapevole e più solida, capace di scegliere, cambiare e uscire dalla zona di comfort: «Tagliare il traguardo che mi avrebbe dato il primo podio in World Triathlon Championship Series sarebbe già stato di per sé un momento significativo della mia carriera, ma farlo in Italia, in casa, arrivando dietro solo a Cassandre Beaugrand, la campionessa olimpica in carica, lo ha reso davvero speciale. Sia per il tifo che ho sentito in corsa sia per tutto quello che è avvenuto dopo il traguardo, con i miei genitori lì, il presidente Giubilei e i dirigenti federali presenti a festeggiarmi, il ministro dello sport Abodi che mi ha premiata, il mio direttore sportivo delle Fiamme Oro e tutto lo staff della nazionale con cui abbiamo lavorato nei giorni pre-gara, la Rai che ha trasmesso l’evento in diretta e poi mi ha intervistata per il TG. Tutto travolgente, con tanti impegni dal podio in avanti… forse ho fatto meno fatica in gara! Fosse successo anche solo due settimane prima a Yokohama non sarebbe stato così intenso. È un traguardo, certo, ma so che c’è ancora tanto da fare».

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© Marta Baffi

A chi va il tuo grazie?

«Questa è la tipica domanda in cui se ti metti a fare gli elenchi ti dimentichi qualcuno, quindi preferisco indirizzare il mio riconoscimento verso tutti coloro i quali, in questi anni in cui sono passata dall’attività giovanile a quella élite, mi hanno stimolata a pensare sempre in modo critico, aiutandomi a pormi domande anche scomode ma che mi hanno permesso di guardare me stessa da prospettive diverse rispetto al mio punto di vista. Questo mettermi in discussione è stato all’origine di tante scelte che mi hanno portata a essere la Bianca che sono oggi».

Quest’anno hai rivoluzionato la tua vita. Ora vivi a Friburgo. È stato facile ambientarsi?

«Al termine della scorsa stagione ho potuto fare un bilancio del quadriennio e naturalmente mi sono domandata cosa potessi fare per migliorare. Ho capito che per il salto di qualità avevo bisogno di un ambiente al tempo stesso competitivo ma anche con condizioni più favorevoli alla pratica del ciclismo. Dopo aver valutato diverse opzioni in giro per l’Europa ho scelto Friburgo. Non è stato amore a prima vista, io sono sempre molto analitica e nelle prime due settimane di prova in cui volevo capire come mi trovavo, ho visto gli aspetti positivi e quelli negativi»

Per esempio?

«Sicuramente tra i punti a favore c’è una cultura del ciclismo molto evoluta rispetto all’Italia, dalle ciclabili al rispetto degli automobilisti. E questo aspetto, unito a un gruppo con cui condividere le uscite in bici, è stato forse il punto decisivo. Poi ovviamente ci sono cose che mi impongono lo sforzo di uscire dalla mia zona comfort. La temperatura delle piscine per esempio: io amo l’acqua calda mentre qui sono sempre fredde. Oppure il fatto di essere in un gruppo non internazionale ma marcatamente tedesco, il che mi ha ‘costretta’ a riprendere quanto studiato al liceo linguistico. Un metodo di allenamento diverso a cui mi sto abituando gradatamente. Cose piccole e grandi, fuori e dentro l’allenamento, che contribuiscono ad arricchirmi come persona e come atleta. Devo dire, però, che Friburgo è una bella cittadina, a misura d’uomo, piccola e quindi che permette di essere sulle strade di campagna rapidamente evitando il traffico. Mi piace e ci sto bene».

In che cosa sei cresciuta come atleta e come donna in questi anni?

«Penso che le cose vadano di pari passo. Un’atleta è prima di tutto un essere umano e la precondizione per crescere come atleta è di maturare come persona. Dovrei passare in rassegna molti aspetti della mia vita personale e professionale per disegnare un quadro completo del percorso fatto e da fare, ma forse il minimo comune denominatore è la consapevolezza, la conoscenza di me stessa. Consapevolezza di cosa mi rende felice e quindi di cosa desidero. Di cosa mi serve per realizzarmi pienamente, per stare bene, e quindi di cosa devo fare. Certamente se lo decliniamo in ambito agonistico riguarda ciò che mi differenzia dalle mie avversarie, e quindi di come posso mettere a frutto le mie peculiarità per far andare le cose nella direzione che voglio. Diciamo che mi piace governare le gare e uso le mie qualità per mettermi nella posizione desiderata. Anche in ambito di allenamento quotidiano riesco a gestirmi meglio, so quando è opportuno togliere un po’ di carico e quando è il caso di spingere, cosa che fino a qualche tempo fa non gestivo così bene. Mi ascolto di più e sono più flessibile rispetto alla routine di lavoro. Questo ha il suo corrispettivo nella vita, cerco di non subire mai le situazioni ma di trasformarle in modo che siano salutari per me».

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© Marta Baffi

Sono aumentate anche le aspettative che hai nei tuoi confronti e che gli altri hanno verso di te?

«Quando parlo di maggiore consapevolezza come tratto in cui mi riconosco rispetto a qualche anno fa, mi riferisco proprio al valore dell’esperienza. Mi sento più solida e questo mi aiuta molto a vivere bene le aspettative degli altri, nel senso che non ci faccio troppo caso e so che devo essere concentrata sul mio lavoro, sul fare le cose per bene, non distrarmi per soddisfare qualcun altro. La vera sfida è semmai con me stessa, sono io quella che si mette più pressione addosso».

Qual è il fattore che più ti aiuta a stare concentrata?

«Forse è quella continuità necessaria a causa del calendario agonistico così fitto che naturalmente ti porta a stare in uno stato di perenne focus sul triathlon. Continuità che è imposta anche dal modo in cui si raggiunge la migliore condizione in uno sport che richiede di performare al massimo per un tempo che va dai 20 minuti di una staffetta alle 2 ore della distanza olimpica. È uno sport che richiede progressività di carico e soprattutto continuità. E quest’ultima non si può raggiungere senza essere totalmente immersi nel proprio lavoro».

Chi è ora il tuo coach e con chi ti alleni?

«Il programma di allenamento è affidato a Wolframm Bott, responsabile del gruppo di lavoro di Friburgo. È un po’ l’erede dell’olandese Louis Delahaije, un allenatore di grandissima esperienza sia nel triathlon sia che ciclismo World Tour, e che per me è diventato un mentore. Mi ha aiutato proprio nella fase di cambiamento a capire di cosa avevo bisogno per evolvere. È anche lui molto presente, insieme a Wolfram e allo staff dell’area tecnica FITri, soprattutto quando ci sono scelte da fare e ho bisogno di confrontarmi con qualcuno».

Sotto l’aspetto nutrizionale sei seguita da qualcuno? 

«In passato sono stata seguita, ho imparato le linee guida della nutrizione per il triathlon e so anche bene ormai quali sono le mie caratteristiche anche sotto questo aspetto. In realtà, più che sull’alimentazione in generale, con le consuete regole rispetto all’apporto dei vari macronutrienti, una grande differenza per la prestazione deriva dalla cura dei pasti pre e post gara. Il post è importante perché permette di recuperare al meglio preservando sia la prestazione sia la salute. Poi c’è tutto il grande capitolo relativo all’integrazione in gara, che è fondamentale specialmente sulla distanza olimpica. Dall’idratazione al reintegro dei carboidrati nelle giuste formulazioni, al timing di assunzione durante le competizioni; tutti elementi che dato l’alto livello agonistico odierno fanno la differenza e che non sono dei dettagli trascurabili».

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© Marta Baffi

Ogni tanto torni a vivere l’ambiente della DDS. Che cosa ritrovi?

«DDS è stato per tanto tempo il mio ‘ufficio’, se non la seconda casa. È sempre bello tornare di tanto in tanto e rivedere le persone con cui sono cresciuta e ho condiviso molti anni, passando del tempo con loro per una nuotata o un’uscita in bici»

Da poco convivi con il triatleta Lasse Priester.

«È stato un altro grande cambio nella mia vita. Vivere con la famiglia o comunque da sola è un conto, non avere più tutto quel tempo è veramente diverso. Ora siamo in due in una casa piccola, bisogna naturalmente abituarsi alle abitudini dell’altro. Lato ‘lavoro’ insieme cerchiamo di prendere ispirazione uno dall’altro ma per fortuna non facciamo sempre le stesse cose in coppia. Lasse, per esempio, ora sta lavorando sulle distanze medio-lunghe quindi spesso ci alleniamo separatamente. Poi è bello nel post condividere pensieri e riflessioni su come va, è facile capirsi».

Chi è l’atleta che ti ha ispirato di più?

«Quando ho iniziato il triathlon nel 2016 ho sempre guardato a Gwen Jorgensen, perché era oro olimpico ma anche per il suo approccio. La seguivo sui social, mi è sempre piaciuta come persona. Poi quando nel 2023, a Myiazaki, abbiamo condiviso il podio insieme standole davanti in gara è stato un momento di emozione profonda. È stata la prima volta che ci siamo veramente parlate e non mi sono pentita di averla sempre ammirata. È gentile e aperta, era davvero felice per me che avevo vinto nonostante lei fosse arrivata seconda. Cosa non facile per nessun atleta».

Che hanno è questo 2025?

«Un po’ particolare, come tutti gli anni post olimpici. Molti atleti si prendono un po’ di riposo, altri sperimentano distanze più lunghe. Io ho scelto di focalizzarmi sulla WTCS anche perché, avendo già cambiato vita e sistema di lavoro, non volevo introdurre troppe variabili. Sicuramente c’è una classifica di World Triathlon Series da curare, e questo richiede di arrivare all’appuntamento di Wollongong in Australia per la Grand Final in ottima forma. Ci sono poi i Campionati europei che la Federazione ha indicato come priorità dell’anno insieme proprio alla Grand Final, dunque fino a metà ottobre gli impegni sono tanti e le sfide non mancano di certo».

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© Marta Baffi

Com’è una tua settimana di allenamento tipo?

«Abbiamo quattro o cinque giorni a settimana con allenamenti tripli, nei periodi di carico sfioriamo le 30 ore di training settimanali e spesso questo si deve protrarre per 3-4 settimane a fila. Si viene totalmente assorbiti da questo ritmo che impone di andare a letto presto altrimenti, senza adeguato recupero, non si può sostenere questa densità di lavoro. Nutrizione, allenamento e recupero sono i tre pilastri su cui si fondano le giornate del triatleta, le settimane, i mesi, gli anni e… i quadrienni».

A proposito di quadrienni… dopo Parigi che obiettivo hai?

«Chiunque pratichi una disciplina olimpica a livello élite pensa necessariamente alle Olimpiadi. La nostra vita è scandita dall’organizzazione quadriennale e l’obiettivo finale è quello. Quindi sì, dopo la partecipazione a Parigi 2024, certamente penso anche a Los Angeles. So che nel 2028 avrò 28 anni, un’età in cui in questo sport si è probabilmente nel migliore momento possibile e quindi voglio prepararmi al meglio. Non si improvvisa una Olimpiade, e certe scelte vanno fatte presto… anche quattro anni prima, se non di più».

Se potessi parlare con la te stessa di 10 anni fa, cosa le diresti?

«Eh, questa è una domanda difficile. Come tutti ho fatto tanti sbagli ma gli errori ti permettono di crescere. Quindi non le direi di cambiare ma solo di crederci e non mollare».

C’è una parola o un motto che ti accompagna nelle gare e nella vita?

«’Enjoy every moment’. Mi piace godermi ogni momento, ogni secondo che porta all’obiettivo. Non si deve essere felici del risultato raggiunto ma di tutto il percorso, compresi i momenti tristi o di sofferenza. Tutto il cammino che percorro, più riesco a viverlo in profondità, più lo assaporo e mi ci immergo e più riesco a trarne soddisfazione».

Barbara Cologni

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