Il titolo può sembrare una battuta, ma per molti ormai è quasi una regola: se l’allenamento non viene caricato su Strava, o condiviso sui social, non conta davvero.
C’è una storia (diventata leggenda tra runner e triatleti) che racconta molto più di quanto sembri. Un atleta arriva al traguardo stremato, barcolla, è lì li per svenire. I medici intervengono subito, lo fanno sdraiare per terra, gli misurano i parametri fisiologici. Qualcuno gli parla, altri lo sostengono. E lui, con un filo di voce e gli occhi mezzi chiusi, sussurra una frase che a pensarci razionalmente fa sorridere: «Spegnete il Garmin…».
Nell’epoca della tracciabilità totale e della visibilità e condivisione costanti, il gesto atletico (una nuotata, l’uscita in bici o una corsa) rischia di perdere valore se non ha un pubblico che lo osserva, un “like” che lo confermi o un dato che lo certifichi.
Oggi allenarsi è diventato anche un fatto “sociale”, nel senso più letterale del termine. Ma questo non è sempre un male: piattaforme come Strava motivano, creano community, spingono gli atleti a migliorarsi. Il problema nasce quando l’esercizio fisico perde il suo senso profondo, diventando solo una prestazione da esibire più che un gesto per crescere, stare bene o sfidare se stessi. C’è chi, saltando il caricamento di un allenamento Strava per errore o dimenticanza, arriva quasi a sentirsi frustrato. Come se quella fatica non registrata fosse inutile. Ma l’allenamento vero non è quello che finisce online: è quello che lascia il segno nel corpo, nella testa, nelle gambe che tremano e nella mente ha superato un limite.
Ma come in tutte le cose, esiste anche un rovescio della medaglia: c’è chi nuota, pedala o corre. senza pubblicare nulla. Nessun post, nessuna storia, nessun allenamento completato su Strava o simili. Solo sudore, respiro e concentrazione. Allenarsi così, in silenzio, è una scelta controcorrente in un mondo dove tutto si condivide, si misura e si mostra. Queste persone non cercano applausi virtuali, non hanno bisogno di approvazione o confronto. Per loro, lo sport è uno spazio intimo, un momento di libertà lontano dal rumore. Non perché non siano motivati, ma perché la motivazione nasce da dentro. In un mondo che gira intorno alla comunicazione di massa, allenarsi senza renderlo pubblico è un atto quasi rivoluzionario. Significa dare valore alla fatica, non alla visibilità. Significa allenare il corpo ma anche l’umiltà.
Fabio d’Annunzio


