In una delle sue newsletter di questo aprile dal meteo ancora incerto, Jan Frodeno ha raccontato come si può tornare più forti dopo un lungo periodo di stop sfruttando proprio l’inattività. E lo ha fatto alla sua maniera, osservando cosa accade nello sport professionistico. Poche parole, scritte di getto ma ricche di spunti di riflessione per chi fa dell’attività fisica, amatoriale e non, un pilastro della propria vita.

Le montagne dell’Andorra stanno facendo quello che fanno sempre ad aprile: un’ora minacciano neve, quella dopo sono illuminate da un sole accecante. Sono seduto per un caffè mentre vedo i social riempirsi di quello che ormai è un familiare bollettino di guerra di inizio stagione. Justin Riele, esplosione della gomma anteriore a Oceanside, casco rotto, clavicola e scapola fratturate. Aleix Espargaro, sei vertebre rotte a Sepang, sottoposto a un lungo e delicato intervento a Barcellona. Tom Pidcock, finito in un burrone alla Volta a Catalunya sotto la pioggia in discesa: «Nessuno sapeva che fossi lì», ha detto in seguito. Una frase che per qualsiasi atleta suona come un incubo. Tre atleti, tre disastri diversi, una risposta collettiva da internet: tornerai più forte.
Ho letto questa frase così tante volte che ho iniziato a chiedermi da dove arrivasse davvero. Un tempo era letteralmente corretta. Nel football americano degli anni ’60, l’allenamento con i pesi non esisteva. Non faceva parte del programma. Poi gli atleti infortunati, bloccati a bordo campo senza nulla da fare, iniziarono a entrare nelle sale pesi. Scoprirono qualcosa che funzionava. Quando tornavano in campo, erano fisicamente più forti di prima. La frase descriveva un fenomeno reale. Un osso rotto aveva, per caso, indirizzato qualcuno verso un metodo di allenamento mai provato.
Ma non è questo che si intende oggi con “tornerai più forte”. È più un riflesso automatico, il commento che lasci per far sapere all’atleta che ci tieni. Il che va bene (le persone hanno buone intenzioni), ma come piano di recupero vale poco.
Sono finito su cinque copertine di una rivista tedesca di triathlon con qualche variazione della parola “comeback”. Non le contavo all’epoca. Ma ho dovuto davvero pensare a cosa significasse tornare nella pratica, non solo a livello simbolico.
La prima cosa che ho notato, ogni volta, è che il riposo forzato è spesso il recupero che ti stavi negando da mesi. Gli atleti non sono bravi a riposare. Lo viviamo come qualcosa che ci succede, non come qualcosa che facciamo. Due settimane senza correre per uno stiramento muscolare sono due settimane di adattamento che rimandavi da novembre. Il corpo non distingue tra riposo programmato e imposto, semplicemente lavora.
La seconda: tutto ciò che l’infortunio non tocca, puoi allenarlo. Una spalla può non impedirti di correre ripetute in salita. Un ginocchio può non impedirti di nuotare o lavorare sulla parte superiore del corpo. Le sessioni mirate su un’area che avevi trascurato (perché sempre troppo stanco o troppo concentrato sugli allenamenti chiave) diventano improvvisamente l’allenamento principale. Gli atleti che lo fanno bene tornano con uno squilibrio corretto, una debolezza migliorata in silenzio.
La terza è più strana, e la scienza che c’è alle spalle continua a sorprendermi nonostante la pratichi istintivamente da anni. Quando visualizzi un movimento, con concentrazione, riproducendo lo schema motorio nella tua testa, la corteccia premotoria si attiva quasi come quando lo esegui davvero. Studi eseguiti con risonanza magnetica su atleti immobilizzati mostrano che la visualizzazione regolare riduce in modo misurabile la perdita di forza durante il recupero. Il cervello non distingue completamente tra fare qualcosa e immaginare vividamente di farla. È un concetto difficile da accettare, perché se non fa male, non sembra allenamento.
Quindi smetti di guardare gli highlights degli altri e vai a costruire i tuoi.
Alla prossima,
Jan.
(Giacomo Petruccelli)


