Jan Frodeno e la matematica della follia: «Ecco perchè scegliamo il rischio».

Jan Frodeno e la matematica della follia: «Ecco perchè scegliamo il rischio».

16 Gennaio, 2026

Capita che alle 18:00 di un normalissimo venerdì di metà gennaio, ti arrivi l’ennesima newsletter. Se quasi tentato a cestinarla. Poi leggi il mittente: Jan Frodeno. E nella testa scatta qualcosa che non puoi controllare. Sei curioso. D’altronde, come non esserlo davanti al GOAT del triathlon degli ultimi vent’anni che intitola il suo spazio web “FRODENO GOING MENTAL: appunti su perfomance, pace mentale e cosa verra dopo“?

Così ti trattieni quanto basta per leggere l’ultima sua riflessione che dà il titolo a questo articolo, poche righe che all’inizio sembrano avere il sapore del rimpianto ma che alla fine, in realtà, lasciano spazio ad una forte consapevolezza. Un messaggio dal valore universale che ogni triatleta può e dovrebbe fare suo: mettere noi stessi in ogni cosa che facciamo. Nello sport così come nella vita. Lo riportiamo integralmente tradotto in italiano.

FRODENO GOING MENTAL
© frodissimo-times.beehiiv.com

In questo momento sono seduto in un rifugio di montagna sulle Alpi austriache, con le gambe doloranti dopo una mattinata a sciare nella neve fresca con gli amici. Quelle giornate in cui continui a fare “ancora una discesa” finché i quadricipiti urlano e dimentichi perfino in che anno siamo. Qualcuno ha appena fatto una battuta sul “sapere quando è ora di fermarsi”. In questo gruppo non ci sono sorprese: non succede mai.

Ed è qui che mi torna in mente una cosa che Alistair Brownlee mi ha detto poco tempo fa durante la registrazione del nostro primo podcast, una frase che mi ha fatto ridere e allo stesso tempo rabbrividire: «Sentirei che è un’anomalia arrivare sulla linea di partenza olimpica al 95%. Non è per questo che sono qui. Io sono qui per arrivarci al 99,9%. E ovviamente, se vado al 101%, fa parte del pacchetto».

Ho ascoltato quelle parole e ho pensato: sì. Esattamente. E allo stesso tempo: siamo entrambi completamente fuori di testa. Perché guardandola in modo logico, la differenza tra essere preparati al 95% o al 99,9% qual è? Forse arrivi secondo invece che primo. Forse non sali sul podio. Deludente, certo, ma vivi per gareggiare un altro giorno.

La differenza tra il 99,9% e il 101%, invece? Non è una posizione sul podio. È una frattura da stress. Uno strappo muscolare. Un’intera stagione buttata. È ritrovarsi sdraiati su un lettino da fisioterapia chiedendosi se non si sia appena messo fine alla propria carriera inseguendo una frazione di punto percentuale che, in realtà, non esiste nemmeno.

Eppure, c’è una cosa che mi affascina: la propensione al rischio è profondamente personale. C’è chi scommetterà un’intera stagione per spremere quell’ultimo 0,1%. Altri giocano sul sicuro al 97% e riescono comunque a performare in modo brillante. Nessuno dei due approcci è sbagliato: semplicemente funzionano con calcolatori interni diversi, o forse con istinti diversi.

Ho conosciuto atleti che in allenamento sono dei veri maniaci, spingono ogni limite e ignorano ogni segnale di allarme. Ma poi, nella vita reale, non attraverserebbero mai la strada col rosso. La loro tolleranza al rischio personale? Zero. Quella professionale? Suicida. Ma ho conosciuto anche l’opposto: persone prudenti nello sport, meticolose nella preparazione, ma che poi investono tutti i risparmi in una startup o si trasferiscono a Girona perché gli sembrava la cosa giusta.

Ma c’è una cosa di me stesso che non sono mai riuscito a capire del tutto: perché io ho sempre scelto di correre quel rischio? Perché i conti non tornavano mai. Il dolore di sbagliare, di essere sdraiato su un lettino medico, di guardare una stagione dissolversi e sentire il corpo che non riesce più a reggere, era enormemente superiore a qualsiasi soddisfazione data da una vittoria. Le sconfitte facevano più male di quanto le vittorie facessero bene. Di un fattore dieci, più o meno.

E lo sapevo. Avevo i dati. Ogni infortunio era la prova che spingere fino al 101% non valeva la pena. Eppure, al blocco di allenamento successivo, eccoci di nuovo lì: avvicinarmi a quella linea, superarla, e poi fingermi sorpreso quando il mio corpo mi presentava un altro conto che non potevo pagare.

Ricordo di essere uscito da una risonanza magnetica nel 2018, per infortunio all’anca, e di aver avuto una conversazione con me stesso. Il mio allenatore aveva lo sguardo di chi è professionalmente addestrato a non dirti nulla, ma con la faccia che urla “è grave”. Sei lì, dentro quel tubo claustrofobico, ad ascoltare colpi e ronzii, e stai contrattando con la fisica. Magari è solo un’infiammazione. Magari non è così grave come sembra. Magari posso ancora arrivare a Kona.

La speranza incontra la fisica dentro un tubo per la risonanza. Di solito vince la fisica. E uscendo, ricordo di aver pensato: te lo sei fatto da solo. Di nuovo. Perché? Ecco la verità scomoda: credo di essere stato più terrorizzato all’idea di presentarmi al 95% che a quella di rompermi completamente.

Non esprimere il mio massimo mi sembrava un fallimento morale. Come se stessi tradendo le persone che credevano in me, tradendo lo sport, tradendo qualche giudice invisibile che avrebbe saputo che avevo lasciato qualcosa nel serbatoio. Rompermi era quasi più facile da spiegare. “Ho dato tutto” suona eroico. “Mi sono trattenuto per restare sano” suona come se avessi rinunciato prima ancora che il combattimento iniziasse.

Da dove nasce tutto questo? Ho passato abbastanza tempo in compagnia della mia testa per elaborare qualche teoria. Forse è l’educazione ricevuta, dove “abbastanza buono” non era mai davvero abbastanza. Forse sono i ventitré anni in uno sport che celebra la sofferenza e considera la prudenza come codardia. O forse è semplicemente la mia particolare forma di insicurezza travestita da ambizione sportiva.

Probabilmente tutte e tre le cose. Il punto è: quel passaggio dal 99,9% al 101% è “incluso del pacchetto”? Io non sono mai stato capace di inseguire l’eccellenza in modo razionale e conservativo, pianificando tutto per minimizzare il rischio. Ma allo stesso tempo, quando riguardo la mia cartella clinica, mi chiedo: quel pacchetto valeva davvero il prezzo?

Non ho ancora una buona risposta. Solo un ginocchio che ha continuato a fare “clic” per circa due anni dopo il ritiro quando camminavo, e tanti ricordi passati dentro tubi per risonanze magnetiche a negoziare con la fisica.

Alla fine credo che tutti noi cerchiamo semplicemente di fare il possibile per andare a letto sentendoci a posto con la giornata.

Buon weekend,
Jan.

(Giacomo Petruccelli)

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