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La novità editoriale di questo mese

Running per soli adulti. Il sesso che allena. Questo il titolo del nuovo libro edito da Correre scritto da Laura Sonzogni e Paolo Barghini. Un manuale che balla tra sesso e sport, due mondi nient’affatto lontani. Anzi. Scopri di più sul numero di novembre-dicembre: in edicola e disponibile anche attraverso abbonamento cartaceo e digitale. Acquista il libro nel nostro store Sportivi.it.

Era il 1974 quando Timothy Gallwey scrisse il primo libro sul coaching sportivo presentando il concetto di inner game. Da qui nacquero le varie specializzazioni del coaching. L’aspetto mentale ha un notevole impatto sulle performance degli atleti; tanto più è elevato il livello prestazionale dell’atleta tanto più esso assume importanza al fine del raggiungimento di risultati di successo. Si è giunti alla consapevolezza che nello sport è necessario oltre all’allenamento fisico, tecnico e tattico, anche lo sviluppo di un ottimale atteggiamento mentale, che può comportare la differenza tra una prestazione mediocre e una eccellente. 

Dunque, riassumendo:

Performance = Capacità fisiche + Tecnica + Tattica + Atteggiamento mentale

Ciò spiega il motivo per cui ci sono giornate in cui tutti i gesti riescono facilmente e con efficacia impressionante e altre in cui, invece, non si riesce a fare nulla di tutto quello che sembrava così semplice solo qualche giorno prima; eppure le condizioni metaboliche e tecnicotattiche sono sostanzialmente le stesse. Dipende evidentemente dall’atteggiamento mentale con cui ci si è approcciati a quella gara. L’aspetto mentale della prestazione sportiva rappresenta quindi l’elemento che chiude il triangolo dei fattori che determinano il successo di un programma di training: allenamento fisico, tecnico e mentale.

Mission

Compito del coaching sportivo è, in sintesi, allenare le capacità e le potenzialità della mente al fine di esprimere a livelli di eccellenza l’intero potenziale del singolo atleta, valorizzandone ed esaltandone i punti di forza e andando a contrastare, con il giusto atteggiamento e la giusta preparazione mentale, le aree di debolezza. Tra le varie tecniche che si utilizzano, approfondiamo quelle legate al concetto di dialogo interiore (self talk) che a sua volta è connesso alla definizione di inner game (gioco interiore), ovvero il gioco interno nella mente, indipendente dal tipo di gioco esterno a cui si sta giocando, che fa sì che l’avversario che si nasconde nella mente è spesso molto più forte di quello che ci si trova di fronte. Queste due aree fanno parte della Formula della Prestazione. Il dialogo interiore è rappresentato da tutto ciò che si dice a se stessi. La qualità del self talk influisce sulla qualità della vita; si pensi che in alcuni casi il dialogo interiore negativo può arrivare al 70% del totale.

Che fare

È fondamentale sostituire ciò che si dice a se stessi: non serve, anzi danneggia.
rimproveri («Ho di nuovo sbagliato», «Sono un cretino», «Non sono capace di fare niente»); • messaggi demotivanti («Non ce la farò mai», «È troppo dura per me», «Ho sempre fallito in questo»);
scuse («Non farò in tempo», «Non ho voglia», «Lo faccio domani»).

Cosa non fare

In particolare, esistono parole tossiche che vanno accuratamente evitate prima della gara:
No-Non È la parola tossica peggiore: abbassa il valore di ciò che diciamo. Il cervello aggancia il No allo stop, al blocco motorio; non riconosce il Non (es. non pensare a una tigre, comporta il fatto che immediatamente si pensa a una tigre). Crea contrasto e muro, perciò è un errore utilizzare con l’atleta il «non preoccuparti», «non pensarci» (riferendosi a un problema) prima di una gara.
Niente Deprezza o annulla il valore di ciò che si dirà dopo (es. «No, niente, volevo dire che…»).
Provare\cercare di… Sono verbi da cancellare; utilizzandoli si innesca il senso di dubbio (es. «Prova a correre insieme a…»).
Bisogna\si deve Evitare di utilizzare la terza persona nella comunicazione (es. «Bisogna fare progressi » o «si deve fare questi tempi…»): deresponsabilizza, genera confusione e abbassa il livello di consapevolezza.

Conclusioni

Dando messaggi positivi e incoraggianti si assumeranno decisioni migliori, da cui scaturiranno comportamenti produttivi che daranno risultati di eccellenza. L’atleta utilizza il self talk per rimanere concentrato sul presente e controllare le distrazioni, acquisire abilità, facilitare l’esecuzione del movimento, per cambiare gli stati emozionali dell’umore, migliorare la fiducia nelle capacità personali.

Purtroppo è accaduto, ti sei ritirato durante la gara. Quali possono essere stati i motivi? Molteplici: dai problemi energetici, muscolari, tecnici, legati all’attrezzatura, psicologici a quelli motivazionali. In questo caso il mio intervento di mental coach SFERA si concentra non tanto su quanto è accaduto durante, ma sul momento di pianificazione e partecipazione della prossima gara. Potresti essere in una fase di blocco, di smarrimento, una delusione che sta generando timore per il prossimo confronto.

CONSIDERAZIONI

La prima è che il passato non rappresenta il tuo futuro! Da questa situazione mentale dobbiamo attingere alle nostre capacità per superare quell’incertezza che crea disagio. Si tratta di interpretare il momento come un momento di verifica in un contesto ludico misurando il risultato della prestazione in termini più ampi e costruttivi. Certo ti sei impegnato in allenamento e in gara dando il 110% e nonostante questo il risultato è stato decisamente diverso da quanto ti aspettavi, ma se la gara non è girata nel verso giusto bisogna aspettare prima di mettere in dubbio i propri obiettivi. “Che cosa sto imparando da questo momento? Ho usato la giusta strategia in gara?”. Bisogna acquisire abilità nel cambiare strategia, perché esiste sempre una via di uscita, ma ciò su cui ci concentriamo diventa la nostra realtà. E se fosse stato un bene per il proprio fisico ritirarsi? Il “vero” problema è con se stessi, sia per quanto è accaduto sia per la ripresa che ci aspetta. La motivazione estrinseca vacillerà, gli sfottò degli amici o dei colleghi di lavoro mineranno la propria autostima. Lasciando da parte la sfortuna, attribuirsi il peso dei propri errori costituisce la presa di coscienza del limite e rappresenta la componente più costruttiva della “sconfitta”. Come diceva Bearzot “più si è disposti a riconoscere quanto si è verificato più si sta già lavorando per superare il brutto momento. I fatti che ci bloccano devono essere vissuti come un trampolino di lancio, così nella vita di tutti i giorni e così nello sport”.

'S' DI SINCRONIA

Mai come ora la sincronia del modello SFERA va interpretata nel cercare di vivere in sincronia con il mondo e gli altri e con la propria attività. Nella paralisi questo momento crea dubbi, siamo molto bravi nel formulare quanto serve per depotenziare la volontà di reagire. Attiriamo tutte le cose negative nelle quali crediamo e così il pessimismo ci porta a rinunciare incolpandoci sulla mancanza di abilità per quanto è accaduto. Si tratta di creare un cambiamento per ri-partire, un cambiamento che è sempre preceduto da nuove prospettive, fiducia e un atteggiamento positivo. Nel triathlon abbiamo abbracciato una filosofia di vita positiva che ci stimola a credere in noi, in una salute migliore, in un aspetto più giovanile spostando sempre più in là i nostri limiti e ciò che vogliamo si avvererà! Tutte queste considerazioni portano alla consapevolezza che noi siamo il punto focale per potercela fare ed ecco che mai come in questo momento i pensieri si materializzano su quanto è nella nostra mente. Molti pensieri vanno su cosa è accaduto e cosa pensiamo accadrà. Abbiamo una sola responsabilità: concentrarci e trasformare quanto pensiamo in azioni concrete.

VISUALIZZAZIONE

Come enfatizzato da Maxwell Maltz, abbiamo un potere di visualizzare i nostri comportamenti per modificarli e prevederli, ponendoci nostri obiettivi. Utilizziamo questo potere per metterci nella giusta ripartenza in modo attivo e determinato. Il nostro cervello ha una notevole e naturale tendenza a rimanere coinvolto verso un obiettivo prefigurato. Vediamo con i nostri cinque sensi la nostra performance, tutto deve servire per incrementare il valore dell’esperienza; con l’immaginazione ricerchiamo le sensazioni che desideriamo, sostituiamo il momento nel quale ci siamo ritirati con una “fotografia” che ci vede protagonisti di una prestazione d’eccellenza. Modifichiamo gli obiettivi se è necessario ma aiutiamo il corpo e la mente a implementare questo processo di ottimizzazione. Non serve a nulla continuare a domandarsi “Perché è successo?” e sostituiamola con “Come posso?”, è la nuova domandaguida da ripeterci, la scintilla per ogni attivazione e per ritrovare voglia e serenità per la prossima gara. Deve essere per noi come il booster del nostro motore turbo (cervello) per aumentare la nostra consapevolezza e crescita personale. In questi momenti dobbiamo essere un pensatore sano dove la mente domina il corpo! Saremo così pervasi da una nuova energia e un nuovo interesse a partecipare, lasciando nel passato ogni dubbio e paura, un passato negativo che si è autoalimentato lasciando vagare la mente con pensieri sfavorevoli e monotoni. “Posso farcela!” diventa un’espressione collegata alla volontà che permette di canalizzare i risultati verso una meta desiderata svincolata dal risultato di classifica o dal cronometro. Certo è importante il desiderio di vincere e affermarsi senza però vedervi l’unico fine o l’unico risultato accettabile. Alla fine le caratteristiche di un campione sono quelle di “vedere ciò che altri non vedono”, di autoregolarsi portando il meglio di sé in gara!

L’importanza del controllo della mente nella performance della gara e, soprattutto, nella vita.

La concentrazione c’è quando la mente dell’atleta è focalizzata su un punto. Ansia, paura, collera sono situazioni spesso associate a forti spinte emozionali che conducono a uno sgretolamento della concentrazione. Come fare allora per non lasciarsi sopraffare dalla loro violenza? Come fare affinché la prestazione non si deteriori?

Cos’è e come fare

La concentrazione è la mente messa a fuoco su un punto: ha una sua utilità, perché in quel modo si può scendere sempre più in profondità nella performance che si sta facendo. Quindi si può agire sulla propria comunicazione personale, che non è limitata a cosa si dice, ma porta il pensiero a ricercare una soluzione ai conflitti che si stanno vivendo nella propria mente posizionata (quando non si è concentrati) nel passato o nel futuro. La gestione del proprio dialogo è una delle tecniche che rinforzano l’atteggiamento mentale positivo, a patto di sapere cosa dirsi. Passaggio obbligato è avere la consapevolezza di vivere il presente nel “qui e ora”, la migliore e unica soluzione per affrontare le sfide e i momenti difficili della vita, non solo della gara. Essere concentrati vuol dire essere in sincronia e allenati alla presenza; concentrarsi è la capacità di fare e immaginare contemporaneamente, che significa massima attenzione in ciò che si sta facendo. È l’ espansione dei cinque sensi, tutto ciò che permette all’atleta di prendere possesso del fatidico momento. È solo attraverso la corrispondenza tra sensazioni e pensieri che si genera uno stato di massima concentrazione dove la mente osserva se stessa. Quando invece non si è concentrati, l’attenzione va su problemi e ostacoli, aumentando la paura di sbagliare, una separazione tra la mente e il corpo. Anche una bassa autostima è correlata a una bassa concentrazione. Un confronto mai finito tra l’obiettivo e l’abilità, dove solo il controllo distaccato della propria mente permette consapevolmente di affrontare le diverse situazioni e difficoltà. Ampliando il concetto: essere focalizzati, essere presenti e concentrati vuol dire essere parte di una fusione armonica tra i materiali e l’ambiente che costituisce lo scenario e il contesto di gara. Ma sopratutto avere il coraggio di decidere ascoltando le proprie sensazioni.

Riccardo Penna è l'autore del libro "Respirare con la mente" (Edizioni Correre).
Lontano dall'essere un manuale di regole, "Respirare con la mente" è un viaggio attraverso le proprie esperienze, un invito a guardarsi dentro, a porre particolare attenzione ai segnali del proprio corpo.

Emotività vs Performance 

Ogni atleta vive la vigilia in modo personale. Fondamentalmente si possono identificare due grandi categorie di sportivi: da una parte coloro che aspettano con impazienza il momento della gara, dall'altra quelli che tendono a subire la verifica della competizione. I primi sono solitamente quelli che riescono a performare in linea con le risultanze degli allenamenti o addirittura oltre. I secondi, invece, per svariate motivazioni, fanno fatica a fornire in gara risultati coerenti con quanto hanno fatto vedere durante gli allenamenti.

Ce ne parla Costantino Bertucelli: ci siamo, dopo mesi di allenamento, arriva il giorno della gara e ogni atleta vive la vigilia in modo personale. Fondamentalmente si possono identificare due grandi categorie di sportivi: da una parte coloro che aspettano con impazienza il momento della gara e dall’altra quelli che tendono a subire la verifica della competizione. I primi sono solitamente quelli che riescono a performare in linea con le risultanze degli allenamenti o addirittura oltre. I secondi, invece, per svariate motivazioni, fanno fatica a fornire in gara risultati coerenti con quanto hanno fatto vedere durante gli allenamenti. Che fare per arginare il più possibile uno stato emozionale negativo.

Luca Speciani ci ricorda come l’uomo sia nato per correre e non per stare fermo. La struttura scheletrica, le modalità di consumo energetico, le capacità di smaltire il calore prodotto sono quelle di un efficientissimo corridore di lunga durata, e dunque lo sport è parte di noi, impossibile rinunciarvi.

Ignorare questo fatto può voler dire perdere contatto con il nostro equilibrio mentale; il sedentario sta rinunciando a qualcosa che è stato centrale nella sua storia evolutiva, se stiamo fermi diventiamo tristi, irritabili, demotivati, pigri e indolenti.

Let’s go to run!

In questa era moderna, tra email, Iphone, tablet e quant’altro, la comunicazione sembra facilitata, ma non sempre è così. Il nostro esperto Costantino Bertuccelli ci parla dell’importanza di essere capaci di interagire comprendendo ciò che viene comunicato e facendo capire all’altro quello che vogliamo trasmettere. In cinque punti sintetizza i modi per comunicare in modo efficace, dote essenziale nel rapporto tra atleta e coach.

Come strutturare con chiarezza e consapevolezza i gol agonistici della stagione che verrà, in un importante lavoro sinergico tra atleta e allenatore ed evitando inutili sprechi di energia. Quali i vantaggi e come fare a raggiungerli, consapevoli che nessuno ha la risposta giusta in tasca e sapendo anche accettare parziali insuccessi per l’importante raggiungimento del gol finale, quello della vittoria.

triathlon.org

Psicologia

La mente umana è come un paracadute: funziona solo quando è aperta.
(Albert Einstein)

psico

Il dopo Olimpiadi nell’ ultimo convegno del Coni sancisce all’unanimità che la performance olimpica, con il conseguente risultato che ne deriva, non può fare a meno dello specifico allenamento mentale per fare la differenza. Oltre alla tecnica, al fisico il bilanciamento della prestazione passa attraverso una costante dedizione in termini di esercizi/tempo tra interazione su inconscio e intelligenza del corpo. Solo un 20% degli atleti presenti ai Giochi di Londra è riuscita a trasferire, a far corrispondere il proprio potenziale in gara! E tutti gli altri? Potremmo dire che su di essi ha preso forma la casualità rispetto al problem solving come attitudine mentale. Alla domanda se qualche atleta anche nella nostra disciplina fosse aiutato nell’impresa da un mental coach, molti sembrano ribadire che preferiscono fare da soli.

  • Gli altri
    Allora cosa potremmo dire del team inglese o americano? Sicuramente non vi saranno passati inosservati quei nuotatori che si presentavano ai blocchi di partenza indossando cuffie d’ascolto, assordandosi con ritmi per annientare avversari, tifosi e paura di fallire. E che dire delle manie, dei portafortuna, le scaramanzie, le preghiere, gli sguardi al cielo, sintomi di timore prima della prova. Visto cosa è accaduto (vedi le “baruffe d’acqua” del nostro nuoto maschile e femminile), un po’ di dr. Freud non avrebbe fatto sicuramente male (il tempo c’è da Londra a Rio 2016).
  • Reazioni
    Ma il vero problema, e lo si è evidenziato nelle interviste post gara, è il fallimento: l’atleta non desidera prendere ulteriore consapevolezza e gestione della sua mente; si sente superiore e snobba qualsiasi professionale commento, l’alibi prima di tutto e la colpa sugli altri. Molte volte, infatti, non è consapevole di un difetto nel proprio metodo di approccio alla competizione. Meglio usare solo la parte razionale, concentrarsi sulla tecnica, sul fisico, pensando di avere la totale padronanza della situazione, ma le emozioni si scaricano sui muscoli. La genialità del campione passa attraverso la conseguente gestione della casualità della prestazione; come coach S.F.E.R.A. asserisco che bisogna agire “sulle cose che non sappiamo di dover sapere”. Il giorno della competizione le incognite, se non controllate, saranno molte: la mente come si comporterà? Il corpo come reagirà a quella situazione? Gli avversari, lo staff, i materiali, l’ambiente, le condizioni meteorologiche e altro: tutto potrà capitare se non “testato” in allenamento, e porterà il perdente a trovare sempre nuove scuse. Per contro, potremmo portare ad esempio il campione del tiro con l’arco Michele Frangilli, dove la freddezza dimostrata è stata così importante che ha fatto chiedere a molti: “Ma come ha fatto?”. La sua risposta: “Restavano pochi secondi. Sapevo che con un 10 sarebbe stato oro. Ma anche che l’8 ci avrebbe condannati e il 9 voleva dire spareggi. Ho solo provato a svuotare la mente. Bisogna fare così”; il segreto: “Ripetere in gara quel che s’è fatto in allenamento, per anni”. E che dire di Jessica Rossi, trionfatrice nella gara di trap, disciplina del tiro a volo? L’atleta ripeterà più volte che si era immaginata la finale proprio come poi realmente è accaduta.
  • Testimonial
    Testimonial del modello di allenamento mentale da me seguito: Daniele Molmenti, campione mondiale 2010 e tre volte europeo, che nella finale del K1 della canoa slalom prende il titolo olimpico al Lee Valley Withe Center, per continuare con un’icona dello sport, Josefa Idem, otto Olimpiadi, che a 47 anni arriva a un soffio dal podio per soli tre decimi e chiude al 5° posto la finale nel K1 500. Per passare a un team d’eccellenza, la nostra nazionale di pallavolo: un bronzo che sa di oro battendo per 3 a 1 la Bulgaria, dopo una gara più sofferta del previsto e guidata da Berruto, un coach decisamente mentale. Un altro esempio, questa volta straniero: Rebecca Adlington, bronzo nel nuoto, ringrazia il suo mental coach per averla aiutata a visualizzare a occhi chiusi la piscina, respirare senza affanno e gareggiare serena. Ogni quattro anni, quando arrivano le Olimpiadi, ci si ricorda dell’interazione tra atleta e questo tipo di coach.
  • Talenti
    Ci sono talenti dove l’atleta è mental coach di se stesso; è il caso diMichael Phelps: nel momento di addio alla carriera, avvenuto proprio nelle ultime Olimpiadi, dopo aver vinto di tutto rilascia questa dichiarazione: “Se voglio svegliarmi tardi lo farò, se c’è un posto dove voglio andare ci andrò. Voglio vivere”. Una riflessione intensa, certo, ma chi fa sport a quei livelli e ha dedicato ogni momento della propria vita al superamento dello stress alla massima sopportazione fisica e mentale può capire. Tutti sanno che per ottenere risultati straordinari è necessario imparare a gestire le proprie emozioni e imparare a entrare in particolari stati d’animo potenzianti.
  • Che fare
    Per la nuova stagione abbiamo il tempo di pianificare un dettagliato piano d’azione sulla nostra performance, possiamo avvicinarci alla consapevolezza e scoperta del nostro potenziale. Prepararsi mentalmente vuol dire attingere a un “doping” etico e legale. Quanto incide? Almeno un buon +30%: le reazioni che possiamo apportare sono velocissime, cambiamenti e atteggiamenti influiscono sull’energia della prestazione. Quindi, a parità di allenamento fisico e tecnico, quale atleta non vorrebbe avere a disposizione un +30 % per il proprio risultato? E se per ottenere un certo risultato il tempo da dedicare fosse dimezzato potrebbe o no fare la differenza? Iniziamo proprio oggi ad allenare la testa, con la consapevolezza delle proprie sensazioni e poter così aumentare il controllo di tutto quello che accade. Allora... Vi aspetto a Rio 2016!