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Che ci piaccia o no, continueranno a essere una parte integrante della nostra quotidianità. Ecco allora, a titolo di riepilogo, una carrellata sulla varie tipologie di mascherine protettive e i loro utilizzi. Ce ne parla Filippo Pavesi

Mascherina” o “maschera protettiva” sono termini entrati nostro malgrado nel vocabolario quotidiano. Concediamoci, allora, una sorta di ripasso: esaminiamo di seguito tutte le varianti di maschere protettive oggi esistenti.

Le chirurgiche

Sono quelle rettangolari, volte a limitare la trasmissione di agenti infettivi da parte del personale medico ai pazienti durante le procedure chirurgiche e altre attività analoghe. Al tempo stesso, essendo costruite con materiali traspiranti e idrorepellenti, possono preservare chi le indossa da spruzzi di liquidi potenzialmente contaminati. Possono ridurre il rischio di diffusione di agenti infettivi anche nel caso di soggetti asintomatici. Rispettano la norma UNI EN 14683:2019 + AC:2019, che definisce costruzione, progettazione, requisiti di prestazione e metodi di prova.

FFP1, FFP2 e FFP3, con e senza valvola

Molto più protettive, coprono naso, bocca e mento e sono realizzate con materiali filtranti. Sono progettate per la protezione da polveri sottili, da nebbie a base acquosa od organica (aerosol liquidi) e da fumi (liquidi vaporizzati). Soprattutto le FFP2 e FFP3 possono avere una valvola di espirazione che facilita l’espulsione delle esalazioni. Rispettano le regole UNI EN 149:2009 di recepimento della normativa europea EN 149:2001 + A1:2009. Le classi di protezione variano in base all’efficienza filtrante.

  • FFP1 – Sono maschere antipolvere utilizzate in varie attività industriali, in grado di proteggere le vie respiratorie da particelle solide e liquide non volatili quando la loro concentrazione non supera di più di 4,5 volte il valore limite di soglia previsto dalla normativa. Hanno una capacità filtrante di almeno l’80% delle particelle nell’aria e una perdita verso l’interno minore del 22%. Non preservano da agenti patogeni che si trasmettono per via aerea (come il Covid-19).

  • FFP2 – Sono usate in varie categorie industriali, nei laboratori di analisi, da medici, operatori sanitari e da personale esposto a rischi bassi e moderati. Proteggono le vie respiratorie da polveri, nebbie e particelle con un livello di tossicità medio-basso, la cui concentrazione arriva fino a 12 volte il valore limite della normativa. Hanno una capacità filtrante di almeno il 94% delle particelle sospese nell’aria e una perdita verso l’interno minore dell’8%.

  • FFP3 – A oggi sono le più protettive che abbiamo a disposizione, ma spesso anche le più difficili da trovare. Sono utilizzate in diverse industrie, nei laboratori di analisi, da medici e altrioperatori sanitari che assistono individui infetti o potenzialmente infetti e da personale di ricerca esposto ad alti rischi. Proteggono le vie respiratorie da polveri, nebbie e fumi di particelle tossiche, con una concentrazione fino a 50 volte il valore limite della normativa. Hanno una capacità filtrante di almeno il 99% delle particelle nell’aria e una perdita verso l’interno minore del 2% Sottolineiamo che con valore limite di soglia intendiamo la concentrazione massima delle sostanze aerodisperse cui si può essere esposti senza danni.

Tutte queste maschere sono prodotte sia nella variante con valvola sia in quella senza. La valvola non ha alcun effetto sulla capacità filtrante del dispositivo, ma serve ad aumentare il comfort, permettendo all’aria di uscire e riducendo la condensa all’interno.

N95, N99, N100

Esistono poi altre norme sulla classificazione del materiale filtrante. In Europa la EN 143 identifica 3 categorie di filtri per polveri in base alla loro efficienza: la classe P1, che protegge dalle polveri solide, e le P2 e P3, classificate sulla loro capacità di bloccare solo particelle solide e/o nebbie. Oltre alle norme utilizzate in Europa, negli Stati Uniti l’Istituto per la sicurezza e la salute sul lavoro ha definito alcune categorie di filtri antiparticolato in base alla resistenza agli oli (N non resistente, R resistente, P impermeabile) e alla capacità filtrante. 
La sigla N95 indica un antiparticolato in grado di filtrare il 95% delle particelle sospese nell’aria. La N99 ne filtra il 99%, la N100 il 99,97%. Il filtro R95 è resistente agli oli e blocca almeno il 95% delle particelle sospese nell’aria, mentre il P95 è impermeabile agli oli, con una capacità filtrante del 95%. In Italia prima della diffusione del Covid-19 questa classificazione si trovava perlopiù nella vendita online. Purtroppo, nella concitata e affannosa ricerca di mascherine di qualsiasi tipo, specie nelle settimane più critiche, è successo che interi stock non abbiano potuto raggiungere i destinatari. Essendo prodotti importati, infatti, interi lotti sono stati fermati e/o sequestrati da enti e/o personale che ignorava completamente l’esistenza di queste classificazioni, cosa che ha causato gravi ritardi nella disponibilità di questi strumenti.

Fai da te e illusioni di sicurezza

Per far fronte all’assurda discrepanza fra lo scarso numero di maschere disponibili e quelle necessarie a proteggere 60 milioni di italiani, dai primi giorni della diffusione del virus è scattata ovunque una corsa di solidarietà che ha coinvolto cittadini, aziende e gruppi industriali per produrre, con ogni mezzo e il più in fretta possibile, grandi quantità di maschere. La stessa cosa è poi successa un po’ in tutti i paesi. Dai primi giorni dell’arrivo del Covid-19 tutti abbiamo potuto ammirare l’abnegazione di migliaia di medici, infermieri e operatori di ogni tipo, che hanno lavorato e lavorano eroicamente per salvare quante più vite possibile. Ho ammirato anche la solidarietà dei tanti volontari che hanno lavorato al meglio per cucire montagne di maschere, insieme allo sforzo di tutti coloro che si sono offerti per vari altri servizi. Grandissimo rispetto. Seguendo un ragionamento razionale (parlando con competenza da designer professionista, titolare di brevetti proprio nel settore delle maschere) devo però evidenziare i limiti della maggior parte degli strumenti cuciti in questa occasione (soprattutto fazzoletti di cotone con gli elastici): a parte qualche eccezione, non sono in grado di offrire un livello di protezione tale da raggiungere quello delle cosiddette maschere chirurgiche, per via dell’inferiore barriera propria dei diversi materiali e della scarsa possibilità di farle aderire al viso.
Ritengo comprensibili gli appelli lanciati ripetutamente che invitavano a lasciare le maschere più efficaci a medici, paramedici e a chi era più esposto al rischio. Credo sia stata una scelta obbligata, fino a quando molti operatori sono stati costretti a lavorare senza protezione. Tuttavia a mano a mano che, finalmente, anche le maschere a maggior protezione riuscivano a raggiungere medici e paramedici, insistere a oltranza a invocare l’uso delle maschere chirurgiche perdeva di significato. Penso inoltre che, purtroppo, all’alto numero di membri del personale sanitario contagiato abbiano contribuito alcuni errori clamorosi, anche di valutazione e di comunicazione. Soprattutto, è stata sovrastimata la capacità protettiva propria delle maschere chirurgiche, creando così una pericolosa illusione di sicurezza. Questi strumenti infatti non sono in grado di impedire completamente lo scambio di aria, mentre in troppe occasioni si è detto e scritto che queste maschere erano in grado di proteggere al 100%. Al tempo stesso, ma in misura diversa, neanche le maschere FFP1, FFP2 e FFP3 possono essere considerate sicure al 100% perché, specie se indossate male, non riescono anch’esse a sigillare perfettamente. Faccio poi notare che, se si dispone di maschere protettive dotate di valvola, durante ogni espirazione questa apertura può permettere la diffusione del virus, specie nel caso di asintomatici. In questo caso il problema è facilmente eliminabile sigillando la valvola con un pezzo di nastro adesivo dall’interno. Indipendentemente dal tipo di protezione, è fondamentale riuscire a fermare la maschera il più possibile. Se ne è dotata, investiamo un po’ di tempo per far aderire bene al naso il ferretto nella zona centrale, cercando di riempire al meglio le due cavità laterali. Inoltre, è possibile migliorare il modesto tensionamento permesso dagli elastici sostituendoli con un paio di lacci (quelli delle scarpe per correre) ben tesi grazie a un fermacordino a molla (come quelli che chiudono zaini e sacche). Si possono facilmente cucire dei lacci, due per ogni lato, uno in alto e uno in basso, sulla zona perimetrale della maschera.

Prove di corsa

Lo scorso autunno, in giornate in cui l’aria era molto pesante, avevo provato a correre indossando alternativamente una maschera FFP2 e una FFP3, entrambe con valvola, gentilmente messe a mia disposizione dalla BLS di Cormano (MI). Colgo l’occasione per rivolgere un grosso ringraziamento a questa azienda guidata da Pierpaolo Zani che, già dall’esplosione del coronavirus in Cina, è riuscita a organizzarsi e attrezzarsi, anche assumendo personale, per moltiplicare di varie volte la sua capacità produttiva nel giro di pochi giorni. Durante queste prove ho constatato che, indossando la maschera FFP2, riuscivo a correre piuttosto bene, anche per oltre mezz’ora, a un’andatura tranquilla, pur con un certo accumulo di condensa. Invece ho dovuto rinunciare a farlo con la seconda, che ho tolto dopo poco perché non permetteva l’ingresso del flusso d’aria necessario. 

Foto: ITU.